EVITARE E DISCONOSCERE LE EMOZIONI: cause, conseguenze e risoluzioni:

I Disturbi emotivi

Il disturbo emotivo può portare – ed essere causato da - a cinque tipi di disfunzioni:

1)incapacità a produrre cambiamenti in relazione all’ambiente, stimolati dalla tendenza all’azione e causa di stress;

2)evitare o negare l’emozione che causa il disorientamento e l’incongruenza;

3)     regolare l’intensità emotiva che porta a scarsa capacità di coping quale capacità di fronteggiare, gestire attivamente, rispondere in modo efficace, risolvere i problemi;

4)   un trauma che provoca diverse difficoltà che rientrano nel Disturbo da stress Post-traumatico;

5)processi disadattavi nella costruzione del significato delle informazioni che portano a risposte emotive disfunzionali perché non idonee al tipo di realtà e alla situazione che si vive.

 

Ognuna di queste fonti necessita un intervento apposito finalizzato, di volta in volta, ad affrontare l’evitamento della situazione che causa l’emozione o l’emozione stessa; a sviluppare abilità di coping per meglio regolare, rielaborare l’emozione e assimilare il trauma; ristrutturare gli schemi emotivi che producono i significati che stanno alla base dell’emozione provata.

Questo poiché se l’emozione non raggiunge il suo scopo adattivo, quello cioè di modificare la relazione con l’ambiente, lo stimolo continua ad evocare quell’affetto in modo intenso e persistente, sì da portare allo stress e, infine, ad un crollo.

Quando sperimentiamo paura o rabbia persistenti, dunque, ma siamo incapaci di fuggire o definire i nostri confini, il nostro corpo sarà sovraffaticato e subirà un crollo. In tal senso, riconoscere e rimuovere la fonte dello stress è terapeutico (cambiare lo stile di vita, le relazioni, l’ambito lavorativo…). Nel caso in cui, invece, si tratti di relazioni in cui le persone subiscono abusi o sperimentano fallimenti scolastici, diviene necessario far fronte nell’immediato alla situazione e, successivamente, l’esplorare il proprio mondo interno.

 

Se l’origine dello stimolo è interna piuttosto che ambientale, la persona può trovarsi in una condizione in cui non può raggiungere lo scopo di modificare il rapporto fra sé e l’ambiente a causa della impossibilità ad abbandonare il campo che, in tal caso, è interno. Se non permettiamo a noi stessi di cambiare per l’emozione, affrontiamo la situazione prevenendo o evitando l’emozione attraverso la negazione, l’ignorare o la distorsione dell’esperienza stessa.

Tutte le persone trovano moltissimi modi ingegnosi per evitare di sentire le proprie emozioni e il dolore ad esse associato. È vero, però, che per giungere ad un funzionamento sano sia necessario superare tale evitamento e realizzare nuovi modi per far fronte alle emozioni e alla sofferenza.

Se prestiamo attenzione ai nostri sentimenti negativi e li accettiamo, siamo anche in grado di tollerare il dolore per utilizzarlo come segnale che ci indica un danno al funzionamento del sistema o l’esistenza di uno squilibrio o disorganizzazione e, pertanto, la necessità di modificare noi stessi o la situazione.

I sentimenti dolorosi sono difficili da tollerare e, per tale ragione, tendiamo ad evitarli o ad interromperne l’esperienza

Caso:

Un cliente era cresciuto con un padre estremamente violento. Da bambino aveva temuto per la propria salvaguardia ed era stato testimone impotente delle violente aggressioni verso sua madre. Per far fronte alla situazione aveva imparato a non sentire i suoi sentimenti di paura e rabbia intensa, diffidando di ogni manifestazione emotiva. Una volta adulto era diventato affettivamente piatto.

Era stato incapace di stabilire una relazione intima coi suoi figli, era privo di energia nel lavoro e non versò nemmeno una lacrima per la morte di sua madre.

Con la terapia, il cliente imparò a prestare attenzione alla sua esperienza interna, soprattutto a quella corporea. Fu poi incoraggiato a concentrarsi sulla tensione che sentiva allo stomaco e sulla tristezza che emergeva e sentiva sul petto, nonché ingrandire alcuni segnali corporei per amplificarne l’esperienza.

Mentre parlava di quell’incidente e pur sapendo d’aver provato rabbia, era come se qualcosa di pesante, una nebbia o una nube avesse avvolto la sua esperienza. Gli fu dunque chiesto di entrare in quell’esperienza per provarla nuovamente e parlarne in una situazione protetta come quella terapeutica.

Capita, talvolta, che i sentimenti siano dissociati e si pensa di dover sentire ciò che non si sente. Capita, ad esempio, che alcune persone provano rabbia ma pensano di dover essere indulgenti, tristi assumendo, perciò, una facciata sociale allegra. I segnali interni sono confusi e il vissuto corporeo di rabbia o tristezza è accompagnato da tensione, da crampi allo stomaco dovuti all’ansia e si sentono così confusi da precipitare, spesso, in uno stato di impotenza.

Se l’intervento terapeutico presta attenzione ai segnali corporei e procedono verso lo svelamento e la chiarificazione dell’esperienza provata, le persone saranno presto in grado di accedere ai propri sentimenti, ad accettarli e trarre da loro beneficio per l’informazione che contengono: in tal modo potranno fronteggiare meglio il mondo e le proprie emozioni.

 

Al fine di controllare le proprie reazioni emotive, vi sono diverse strategie utili ad elaborare le informazioni. Alcune persone evitano o si distaccano da situazioni che evocano un’emozione disturbante; altre ignorano o non riconoscono ciò che sentono ricorrendo alla distrazione attraverso l’iperattività o l’essere eccessivamente occupati o, ancora, trasformando i propri sentimenti in disturbi psicosomatici.

Ad esempio: le emozioni disturbanti sono evitate per via del fatto che le persone non ricordano le reazioni affettive dolorose associate ad eventi centrali della propria vita e, in tal modo, l’impatto globale che esse hanno avuto è rimosso. Le persone che fanno questo, in terapia, tendono a razionalizzare, forniscono racconti dettagliati di eventi che lasciano chi ascolta, indifferente.

Altre persone, invece, cercano stimoli o agiscono comportamenti impulsivi al fine di celare i propri sentimenti. Alcuni di questi comportamenti possono anche essere finalizzati alla desensibilizzazione estrema come l’automutilazione, il mangiare continuamente, l’uso di droghe o l’abuso di alcool, la masturbazione compulsiva e la promiscuità sessuale allo scopo di lenire il proprio dolore.

Pertanto, i comportamenti eccessivamente controllanti o quelli impulsivi, hanno lo stesso scopo: evitare i sentimenti, specialmente, quelli dolorosi.

 

Tuttavia i sentimenti ci consentono di far fronte agli eventi e, se sono accettati, possono essere gestiti nel modo migliore possibile. Evitando i sentimenti, ci rendiamo carenti poiché non riceviamo informazioni adattive e restiamo disorientati. Evitando i sentimenti, inoltre, ci impedisce di far sì che essi svaniscano e si risolvano insieme ai loro effetti. In tal modo, diventiamo disarmonici e i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre azioni sono tra loro incongruenti.

Chi evita in modo cronico di propri sentimenti, non dà più attenzione ai segnali emotivi della propria esperienza e, così facendo è incapace di creare nuovi significati per i vissuti che porta ad agire verso il proprio benessere.

Quando il sentimento è bloccato non riusciamo a portare avanti la nostra esperienza verso il passo successivo, ma restiamo paralizzati, congelati, cristallizzati nello stato permanente di evitamento.

 

CASO:

Un cliente arriva in terapia per affrontare i sentimenti che provava verso il padre che lo aveva abbandonato e che lo affliggevano. Era riuscito a sopprimere tali sentimenti con successo fino a quando suo padre non comparve di nuovo improvvisamente nella sua vita.

La persona in questione dava molto peso ai valori come la serenità, la riflessione e il controllo emotivo, ma si sentiva confuso, infelice, triste e arrabbiato.

In terapia si esplorò la sua rabbia verso il padre ma fu per lui minaccioso tanto che ebbe attacchi di ansia. Dopo un reciproco accordo sul fatto che l’eccessivo controllo e l’evitamento delle emozioni – soprattutto della rabbia – fossero parte del problema, si decise di lavorare insieme per superare l’evitamento per piccole tappe in modo per lui tollerabile. L’esplorazione della rabbia era accompagnata dall’uso di strategie utili alla gestione degli attacchi di panico.

In tal modo si riuscì a esplorare l’evitamento ogni qualvolta si manifestava, aiutando il cliente ad acquisire consapevolezza sul suo modo di evitare la rabbia, cancellandola ed identificando le strategie fisiologiche e cognitive da lui adottate per reprimerla. Tra queste: bloccare il respiro, sviare la sua attenzione verso qualcosa che lo distogliesse dal senso di minaccia che sentiva.

Ci ebbe anche accesso alle sue paure esplorando la possibilità di perdere il controllo e di coesione, nonché l’ansia che provava quando i suoi sentimenti minacciavano di emergere.

In tal modo, il cliente, divenne sempre più in grado di tollerare la rabbia e la sofferenza senza temere che tali sentimenti potessero annientarlo.