Dobbiamo fidarci delle nostre emozioni?

Dobbiamo fidarci delle nostre emozioni?

La mia risposta è “Sicuramente e se è possibile, si”.

È pur vero che molto dipende dal motivo che ci spinge a volersi fidare dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni e dal modo e contesto in cui ciò avviene.

Non ritengo opportuno, tuttavia, fidarsi in modo esclusivo di esse per scegliere l’azione da intraprendere quanto di affidarsi alle informazioni che da esse derivano. È necessario, dunque, riflettere sul sentimento provato al fine di agire nel modo migliore possibile per garantirci il nostro benessere.

I sentimenti che proviamo e il modo in cui li gestiamo e utilizziamo, fanno parte di noi. Le passioni e tutto ciò che noi sentiamo, non son qualcosa che arriva dall’esterno e che subiamo: non le riceviamo passivamente e tutti gli sforzi che spesso facciamo per non accettarli è qualcosa che deriva da orientamenti psicologici arcaici e, soprattutto, da visioni del mondo di tipo medico-organicistico. Questo significa che si debba essere in balia di essi e, dunque, capitolare lasciandosi da essi dominare?

Assolutamente no. Significa, invero, che è necessario integrare la sfera emozionale con quella razionale con lo scopo di avere sempre presente in noi e nel mondo che ci circonda, una visione olistica, globale, completa di ciò che è intorno a noi e di come noi lo percepiamo, lo sentiamo, lo pensiamo e ci relazioniamo ad esso. Abbiamo da creare un ponte tra la mente e il cuore, sì da non farci soverchiare né dalla ragione, né dalle emozioni, tagliandoci fuori dall’una o dall’altro.

Emozioni e ragione non sono in contrapposizione. Le prime guidano e gestiscono la seconda essendo complementari le une dall’altra: solo così possiamo imboccare la giusta via specie nel caso in cui non si abbia la conoscenza totale della situazione che si sta vivendo, soprattutto se conflittuale.

la ruota delle emozioni
la ruota delle emozioni

È importante, allora, imparare a fidarci delle nostre emozioni, a gestirle con una particolare forma di intelligenza: quella emotiva, appunto. Una intelligenza, questa, che riguarda la conoscenza profonda delle emozioni per meglio essere consapevoli di sé, per riconoscere i nostri sentimenti dando loro un nome e per orientarli e utilizzarsi in base ai nostri obiettivi e alle nostre mete.

Essere consapevoli di questo fa sì che le emozioni, i sentimenti sono ci prevarichino, che riusciamo a gestire la nostra ansia, la nostra paura, la nostra rabbia, la nostra tristezza. Saper ritardare il nostro sentire nel momento stesso in cui emerge, ci consente di poter ragionare su di esso. In tal modo riusciremo, nel contempo, a riconoscere e riflettere anche sulle emozioni degli altri, senza reagire in maniera impulsiva e inopportuna nonché disfunzionale e, sovente, dolorosa.

Conoscere le ragioni delle nostre reazioni emotive è basilare se vogliamo sentirci integrati e inseriti nel nostro contesto sociale.

La terapia mira, perciò, ad imparare la consapevolezza delle proprie emozioni, a far sì che un’emozione non ne mascheri un’altra (quella vera), realizzando il primo passo verso il cambiamento.

I tanti volti della rabbia
I tanti volti della rabbia

Un caso:

Una cliente era cresciuta in un ambiente caratterizzato dalla rabbia incontrollata e distruttiva di sua madre e aveva imparato la paura verso tutti i sentimenti, in particolare della rabbia.

Capitava, dunque, che ella non sentisse e non fosse in grado di utilizzare le sue emozioni come guida della e per la sua vita. Questo, la faceva precipitare nel dolore, nella depressione, nell’impotenza e nella difficoltà a stabilire confini interpersonali stabili.

In terapia, le fu convalidata la paura che la cliente aveva della sua rabbia attraverso la comprensione del suo vissuto come testimone della rabbia distruttiva di sua madre che l’ha portata a considerare la rabbia come un’emozione sbagliata da non sentire perché distruttiva.

Esplorando ciò che sentiva, si arrivò a distinguere tra la rabbia reattiva e incontrollata (quella materna) e la rabbia adattiva che aiuta a mettere confini e, dunque, a farsi rispettare.

In un secondo momento ci fu il ricupero dei ricordi riguardanti i vissuti della madre maltrattante, in risposta ai quali, la persona sentì la rabbia verso il maltrattamento ingiusto subito. Nel momento in cui la cliente ebbe questo vissuto 

la terapia si focalizzò sui segnali abituali della cliente che andavano verso la sua tendenza a cadere in depressione e in uno stato di impotenza che la facevano sentir ferita. In tal modo si sentì incoraggiata a resistere e sperimentare la sua rabbia legittima, riconoscendola e parlando del potere che aveva nel sentirsi arrabbiata.

Nel corso di una tecnica terapeutica di tipo gestaltico, la donna si rivolse alla madre immaginata in quel contesto e le disse: “Non è giusto ciò che hai fatto. Non meritavo di esser trattata così”. Divenendo consapevole della sua rabbia, iniziò ad esprimerla e così fece, poi, anche per le altre emozioni.

 

 

 

L. Greenberg e S. Paivio, Lavorare con le emozioni in psicoterapia integrata.

L. Greenberg, Emozioni e processo di cambiamento in psicoterapia.

 

 

 

 

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PAURA e ANSIA

L'ansia è una risposta a situazioni simboliche, psicologiche e/o sociali, piuttosto che alla presenza immediata di un pericolo fisico.

Si tratta di una vera e propria risposta al senso di incertezza che insorge quando c'è una minaccia alla propria integrità, coesenza e continuità del sé o al proprio essere agenti attivi.

Diverse esperienze - caratterizzate da imprevedibilità e assenza di controllo personale - possono produrre varie forme di ansia interpersonale e, tra queste, la paura dell'intimità e di perdere il controllo. 

 

L'ansia è, anche, un fattore fondamentale per la motivazione all'azione e all'interazione umana. Saper esperire questa emozione quale capacità di pianificare il futuro per il quale attivarsi, può migliorare la prestazione.

Inoltre, l'ansia può anche essere vissuta come eccitamento in base a come è percepita dalla persona.

 

 

La paura di parlare in pubblico - ad esempio - può essere vissuto come eccitamento preparatorio o come ansia debilitante. E, diviene debilitante e disfunzionale, nel momento in cui tale ansia è intensa e cronica e quando la persona anticipa costantemente pericoli rivivendo minacce del passato.

Nel momento in cui si evoca la paura accade che si arresta l'azione e l'ambiente circostante è controllato in modo vigile approntando, nel contempo, i piani per la fuga o l'evitamento della minaccia. 

L'esperienza soggettiva della paura è, sovente, accompagnata dalla rabbia che spinge la persona ad intraprendere azioni sinergiche. 

E' anche vero, però, che l'ansia può evolvere verso la confusione o in processi cognitivi che dominano la consapevolezza. Questo può sfociare o in una diffusione dell'attenzione o in un restringimento del focus attentivo sul sé. Restringimento che aumenta l'attivazione e la preoccupazione riguardo le proprie capacità di essere efficace o di procurarsi un senso di sicurezza in una data situazione.

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