La fine di un amore

La fine di un amore e la ferita del legame

 Il «noi» implica l’impegno ad un progetto di vita comune che, con la separazione è spezzato. Il cerchio che racchiudeva la coppia e nella quale vi erano ambizioni, desideri, visioni condivise del mondo e affetti da proteggere, è rotto.

Le relazioni coinvolgono aspetti profondi di sé e la scoperta del tradimento – in ogni sua forma – evidenzia un’intensa emozione espressa o contenuta che sia. Si prende coscienza di ciò che è percepito come un’aggressione alla persona che per anni, ha investito nella relazione energie e programmi.

Ci si rende consapevoli che la persona alla quale è stata affidata parte di sé, dell’intimità fisica e affettiva, con la quale si son condivisi valori e progetti, non ha corrisposto in maniera adeguata all’investimento emotivo in prima istanza ed economico-familiare successivamente.

La vita quotidiana è costellata di episodi nei quali si subiscono comportamenti irrispettosi o aggressivi: è pur vero, tuttavia, che le reazioni di turbamento o collera durano più di qualche ora.

Quante volte capita che, al supermercato si incontra chi si intrufola nella fila, chi ci sottrae il parcheggio, chi ci accusa di aver fatto male un certo lavoro… Di fatto, però, sono le relazioni intime a produrre effetti profondi in noi, in bene e in male.

La sofferenza che emerge dalle relazioni affettive con figure per noi estremamente significative è senz’altro di maggior impatto rispetto all’intensità, alla durata e alla devastazione che crea. L’effetto è psicologicamente destabilizzante nella misura in cui troviamo inganno e falsità rispetto a sostegno e alla protezione che, invero, ci si aspettava. È un insuccesso al senso di competenza e autocontrollo della nostra vita, nonché alla sicurezza e alla bontà del nostro giudizio.

Scoprire di aver affidato la nostra parte più preziosa e autentica a qualcuno che l’ha tradita, porta via con sé un progetto condiviso. Gli effetti psicologici di tale consapevolezza sono legati al fatto che è lecito e umano sbagliare e che abbiamo fatto un errore di valutazione. Talvolta, questo è emerge a distanza di anni, quando il nostro giudizio si è affinato con le esperienze e le delusioni portando a constatare che né noi, né il nostro partner potevamo agire in modo differente da come abbiamo fatto.

Di fatto, tale atteggiamento non è subito accessibile poiché la ferita del noi spezzato attiva bisogni di riparazione molto profondi. La reazione comune sta sul «non abbiamo sbagliato noi, che siamo stati deliberatamente ingannati da un essere malevole, che ha agito intenzionalmente per procurarci danno e da cui dobbiamo proteggerci».

Lavorando con le coppie in fase di separazione o già divise si comprende quante sfumature e quanta complessità il conflitto può assumere. La posta in gioco, a ben guardare, non è solo legata all’acquisizione di vantaggi quanto al riconoscimento di un diritto negato, alla legittimazione del proprio dolore causato da un legame insoddisfacente e/o inadeguato e che ha deluso ogni aspettativa e promessa.

Colpevolizzare il partner, al di là degli elementi di natura oggettiva esistenti, è un modo per invocare la giustizia quale risarcimento proporzionato al dolore provocato dalla colpa commessa. E, più intenso è il coinvolgimento emotivo nella relazione, maggiore sarà la delusione, il dolore, la rabbia e, con essi, il bisogno di rivalsa e riparazione.

È proprio in tale situazione emotiva che si attiva il meccanismo più devastante: quello legato alla convinzione che la persona con cui era stato costruito un «noi», abbia perseguito il danno in modo intenzionale. Questo emerge da ogni episodio, da ogni comportamento del partner dal quale ci si sente feriti e che sono interpretati come conferme di una intenzione maligna che investono presente, passato e futuro relazionale.

L’accadimento maggiormente neutrale diviene una conferma della malignità del partner, percepito come avversario spietato e infido: ad esempio, un compleanno dimenticato, un viaggio, il rifiuto di accompagnare un parente…

Le persone hanno la tendenza ad attivare risposte coerenti con gli stimoli che ricevono: se ci si avvicina in modo aggressivo e ostile ad una persona, quest’ultima si proteggerà proteggendosi dalla provocazione. Tale reazione provocherà, a sua volta, un’ulteriore reazione in una situazione nella quale ciascuno si sente attaccato e autorizzato a difendersi. Ogni prova fatta per capovolgere la situazione diviene ulteriore conferma delle intenzioni manipolatorie e aggressive altrui. Le persone e la coppia, si trovano così invischiate in un labirinto, in un groviglio di emozioni che intrappolando i coniugi ne confermano le opinioni sfavorevoli.

Nei racconti dei coniugi in conflitto emerge la descrizione dell’altro come persona negativa, bugiarda, pericolosa, contro la quale tutti devono attivare misure di protezione. Tendono anche a comparire variabili della pazzia, del controllo da parte di terzi – per lo più le famiglie d’origine – celate da affermazioni quali «È evidente che si comporta così perché è disturbato», che esprimono il bisogno di attirare verso di sé l’attenzione di giudici, avvocati, periti verso la propria parte.

Inoltre, c’è da dire che la persona è realmente convinta che l’altro sia un pericolo, una minaccia e ciò lo porta a produrre indizi che avvalorano la sua convinzione e, dunque, l’inaffidabilità dell’altro. Raccontare diviene una necessità e amici, parenti, colleghi divengono coloro coi quali si accusa, biasima, scredita, diffama, l’altro. In tal senso, la rete sociale diventa il modo per costruire alleanze e strategie contro il partner stesso. Aspetti intimi del proprio legame sono impietosamente resi pubblici e condivisi con i conoscenti. I ricordi positivi sono rimossi o rivisti alla luce delle successive evidenze.

La responsabilità del dolore attribuita al partner che ha creato un dolore così devastante fa sì che il Sé sia integrato al fine di mantenere una corretta percezione di sé.

Salvare i figli.

Nei resoconti delle coppie conflittuali con figli emerge un comune denominatore: il bisogno di sottrarre i figli stessi all’influenza nefasta del coniuge. Pur mancando dati di realtà oggettivi che sanciscano l’effettiva carenza o le inadeguate capacità del partner, l’altro è comunque considerato riprovevole, inappropriato, pericoloso. Paura alla quale si associano i familiari dell’ex coniuge che accusano di condotte inadeguate e ostili.

Tutto questo è legato al trauma della delusione subita e alla devastazione emotiva che ne consegue_ da qui la necessità di proteggere i membri sentiti come maggiormente fragili. I figli!

Il partner diviene, così, il mostro, la creatura malvagia che può arrecare in modo intenzionale danni gravi ai figli. La conseguenza è quella di sottrarre i minori dall’influenza negativa che ognuno attribuisce all’altro.

La delusione fa sì che colui – il coniuge – che è stato negativo nei propri confronti divenga prova dell’essere un genitore inadeguato. Esiste di fatto la difficoltà di separare il piano dell’esser coniugi, da quello dell’esser genitori con gravi conseguenze verso i figli.

La conquista dei figli diviene oggetto delle battaglie fra gli ex coniugi suffragata dalla necessità di proteggere i figli stessi dall’agire dell’altro. Buon senso e buon gusto, spesso, vengono meno e non son risparmiati, da questo, nemmeno i familiari: nonni, zii, cugini.

Gli stessi figli sono non solo sottratti al coniuge, ma divengono anche oggetto di critica soprattutto se il loro legame col coniuge è positivo e soddisfacente. I bambini, anche molto piccoli, può dover affrontare il dolore del genitore affidatario nel momento in cui questi trascorrono una giornata piacevole con l’altro genitore cosa che diviene un ennesimo tradimento o una congiura.

Voler bene ad un genitore significa, in tal modo, tradire le aspettative dell’altro. I bambini percepiscono i sentimenti e le reazioni dei genitori tramite i comportamenti e sperimentano una tensione emotiva che può portarli a rifiutare la frequentazione del genitore non affidatario, arrivando a sviluppare – come risposta – disturbi psicosomatici che si riverberano, in prima battuta, nelle difficoltà scolastiche. I ragazzi più grandi, invece, possono arrivare ad avere stress cronico o a mettere in atto comportamenti problematici come fuga, vandalismo, bullismo.

 

Da sempre le cronache sottolineano casi di situazioni in cui il conflitto tra ex coniugi sfocia in violenze che coinvolgono anche i figli. Il fatto è che il conflitto difficilmente è contenuto dalle vicende giuridiche e, anzi, tende ad esacerbarsi.

Frequenti sono anche i disturbi comportamentali dei bambini, che possono sicuramente esser riconducibili alla tensione costante e alla conflittualità familiare che vivono quotidianamente. Tensione e conflitto che è un problema fortemente sentito sia sul piano giuridico, sia su quello psicologico proprio per le conseguenze che spesso riguardano proprio i figli.

In ambito psicologico gli effetti deleteri delle ostilità relazionali portano a far sì che una persona si senta intrappolata e senza via d’uscita. Negli adulti, infatti, si riscontrano di frequente disturbi ansioso-depressivi e disturbi psicosomatici che compromettono la funzionalità fisica dell’individuo. Il frequente ricorso alla separazione e al divorzio ha fatto sì che fossero adottate misure atte al loro contenimento: accordi pre-matrimoniali, riduzione dei tempi di separazione, affido condiviso dei figli, mediazione familiare.

Obiettivo di tali strumenti è limitare il ricorso alle vie giudiziali – costose in termini economici e interpersonali – e regolamentare i problemi relazionali.

 

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