Cos'è l'ADHD?

ADHD significa letteralmente Attention Deficit Hyperactivity Disorder, che in lingua italiana diviene “Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività”.

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività è una delle più frequenti diagnosi infantili e rappresenta il più comune problema comportamentale infantile.
La caratteristica più evidente dei bambini iperattivi è l'agitazione motoria, uno stato di agitazione quasi permanente, il bambino sempre in movimento sembra dotato di una energia inesauribile, attratto da una infinità di cose, persone, situazioni. Appare sempre occupato in qualche attività ma raramente ne conclude una, in quanto spesso la interrompe "distratto" da un altro stimolo.
 
La questione fondamentale riguarda il processo diagnostico, non tutti i bambini che mostrano "iperattività" possono essere diagnosticati come affetti da ADHD. La diagnosi in questi casi etichetterebbe il bambino come iperattivo, semplificando, riducendo ed inquadrando il suo comportamento all'interno di una categoria nosografica. Questa etichettatura, spesso utilizzata in contesti sanitari compromette la possibilità di risolvere il problema, in quanto la diagnosi confermerebbe sia alla famiglia che al bambino la percezione di una "malattia". Tale percezione genera a sua volta reazioni tali che nei vari contesti (famiglia, scuola, gruppo pari, ecc.) ed il bambino inizia ad essere trattato da malato favorendo nello stesso bambino reazioni di adesione alle aspettative di patologia dell'ambiente, confermando la percezione generale di persona "malata".

Si instaura quello che in psicologia emotocognitiva viene definito con il termine tecnico di "loop disfunzionale", ossia un circolo vizioso, fatto di comunicazioni e comportamento, che, anziché risolvere, alimenta il problema. La sensazione che la famiglia avrà è di "impotenza", di fatica e di impossibilità a gestire una situazione così complessa che nella maggior parte dei casi impegna pesantemente tutto il nucleo familiare.

L'ADHD, quando correttamente diagnosticato nei suoi processi di funzionamento, non è un problema marginale che si risolve con l'età, la persistenza dei sintomi rappresenta una condizione di estrema compromissione dello sviluppo psicofisiologico del bambino.

La causa, sostiene lo psicologo Baranello, fondatore delle teorie emotocognitive, non va ricercata in cause simboliche o astratte, ma nei processi di organizzazione sistemica.
Ovvero la vera causa non risiede nel passato, non risiede in fantomatici traumi o problemi relazionali, né può essere l'ADHD considerato una malattia. La causa, per Baranello, risiede in una distorta conoscenza circa il funzionamento dell'organismo dovuta a errate convinzioni generali ormai secolarizzate portate avanti dai sostenitori di vecchi assiomi.
Baranello auspica infatti una rieducazione funzionale globale che dovrebbe passare per i sistemi educativi primari come scuola e famiglia.
La psicologia emotocognitiva, ovvero le teorie emotocognitive applicate alle scienze psicologiche, interviene in ambito clinico-sanitario utilizzando il colloquio psicologico come forma psicoeducativa o psicopedagogica ovvero spiegando, in modo del tutto personalizzato, alla famiglia (è sufficiente un solo membro) senza la presenza del minore, il funzionamento psicofisiologico dell'organismo e dei processi di organizzazione sistemica secondo le nuove scoperte, senza quindi utilizzare farmaci e senza psicoterapia.
L'intervento psicologico orientato secondo le nuove conoscenze emotocognitive è quindi un processo di tipo puramente psicologico riabilitativo.

 

ADHD: Sintomi e Diagnosi

Sintomi e valutazione diagnostica del disturbo da deficit di attenzione e iperattività

Avvertenze: Si ricorda che la valutazione dei sintomi elencati deve essere svolta da un clinico. La valutazione diagnostica non si limita al verificare la presenza dei sintomi ma comprende complessi processi diagnostico-differenziali associati ad una valutazione globale del funzionamento. Inoltre l'interpretazione dei sintomi non può essere affrontata senza esperienza nel settore clinico. Il consiglio è quindi di affidarsi a professionisti della salute certificati realmente esperti in materia. Una sottostima od una sovrastima dei sintomi e del loro impatto psico-sociale può compromettere la salute della persona. In psicologia emotocognitiva alla diagnosi fenomenologica viene associata un'attenta valutazione del processi di funzionamento sistemico.

Va ricordato che secondo le teorie emotocognitive, sviluppate dallo psicologo e scienziato italiano Marco Baranello, la malattia mentale, così come "classicamente" considerata non esisterebbe. In psicologia emotocognitiva preferiamo riferirci a "disturbi psicofisilogici" anziché parlare di "disturbi mentali" anche se la dicitura classica verrà utilizza per scopi di comunicazione internazionale ovvero per ridurre le distanze terminologiche tra clinici e ricercatori.
Tale appunto è fondamentale perché, in assenza di condizioni mediche generali in grado da sole di giustificare la fenomenologia sintomatologica nota come ADHD, il disturbo è dovuto, secondo le teorie emotocognitive, esclusivamente ad una distorta interpretazione dei sintomi e quindi ad una tendenza al contrasto da parte del sistema.
Qualora l'ADHD fosse la manifestazione esclusiva di da patologie come ipertiroidismo o cause lesive, malformazioni o cause neoplastiche, in questi casi non va curato l'ADHD ma ovviamente il problema medico a monte della manifestazione.
Questo per le teorie emotocognitive vale per tutte le forme cosiddette psicopatologiche e porta a rivedere lo stesso concetto di "malattia mentale" ormai divenuto anacronistico.
Nella pratica l'ADHD non è quindi mai una malattia, di fatto gli psicologi ad orientamento emotocognitivo non considerano la somministrazione dei farmaci adeguata né adeguate le forme classiche di psicoterapia per favorire l'intervento psicologico riabilitativo attraverso strumenti psicoeducativi e psicopedagogici non rivolti al minore, ma somministrati alle famiglie.
Baranello auspica infatti che il sapere possa essere diffuso per attivare progetti di rieducazione funzionale rispetto al nostro attuale sistema di convinzioni ormai secolarizzato. Un cambiamento così semplice e così rivoluzionario che, secondo Baranello, potrebbe permettere di debellare quasi ogni forma di disturbo. Un programma di rieducazione che deve poter coinvolgere i sistemi educativi primari e le famiglie, ma che, considerando quanto potere giri attualmente intorno a farmaci e psicoterapia, avrà bisogno di più generazioni per poter essere applicato realmente.

Per la diagnosi fenomenologica, quindi per parlare di ADHD, ci riferiremo per il momento ai manuali diagnostici internazionali utilizzati in diversi ambiti della salute "mentale", sia medici che psicologici.

Attualmente il DSM-IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) fornisce due elenchi di sintomi; il primo elenco comprende la manifestazione di disattenzione, il secondo quelle di iperattività/impulsività. Per il DSM-IV devono essere presenti i sintomi richiesti nei criteri o (1) o (2).

Disattenzione


(1)
il DSM-IV richiede che "sei (o più) dei seguenti sintomi di disattenzione siano persistiti per almeno 6 mesi con una intensità che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo":

  • spesso non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici, sul lavoro, o in altre attività

  • spesso ha difficoltà a mantenere l'attenzione sui compiti o sulle attività di gioco

  • spesso non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente

  • spesso non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici, le incombenze, o i doveri sul posto di lavoro (non a causa di comportamento oppositivo o di incapacità di capire le istruzioni)

  • spesso ha difficoltà a organizzarsi nei compiti e nelle attività

  • spesso evita, prova avversione, o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale protratto (come compiti a scuola o a casa)

  • spesso perde gli oggetti necessari per i compiti o le attività (per es., giocattoli, compiti di scuola, matite, libri, o strumenti)

  • spesso è facilmente distratto da stimoli estranei

  • spesso è sbadato nelle attività quotidiane

(2) sei (o più) dei seguenti sintomi di iperattività-impulsività sono persistiti per almeno 6 mesi con una intensità che causa disadattamento e contrasta con il livello si sviluppo:

Iperattività

  • spesso muove con irrequietezza mani o piedi o si dimena sulla sedia

  • spesso lascia il proprio posto a sedere in classe o in altre situazioni in cui ci si aspetta che resti seduto

  • spesso scorrazza e salta dovunque in modo eccessivo in situazioni in cui ciò è fuori luogo (negli adolescenti o negli adulti, ciò può limitarsi a sentimenti soggettivi di irrequietezza)

  • spesso ha difficoltà a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo

  • è spesso "sotto pressione" o agisce come se fosse "motorizzato"

  • spesso parla troppo

Impulsività

  • spesso "spara" le risposte prima che le domande siano state completate

  • spesso ha difficoltà ad attendere il proprio turno

  • spesso interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti (per es., si intromette nelle conversazioni o nei giochi)

Per diagnosticare il disturbo il soggetto deve mostrare uno schema di disattenzione e/o iperattività che presenti determinati aspetti quali:

  • il comportamento si manifesta da almeno sei mesi

  • i sintomi sono presenti prima dei sette anni

  • disattenzione, iperattività e impulsività non sono così presenti in soggetti della stessa età

  • lo schema comportamentale interferisce in modo significativo nelle attività quotidiane, i sintomi influiscono negativamente in due o più contesti: famiglia, scuola, relazioni sociali.

Si distinguono tre sottotipi:

  • tipo con disattenzione predominante

  • tipo con iperattività-impulsività predominanti.

  • tipo combinato

Il quadro sintomatologico varia a mano a mano che il bambino cresce, l'iperattività dei primi anni di vita può, a volte, attenuarsi sensibilmente in adolescenza, questo non vuol dire che basta aspettare che il bambino cresca e che il problema si risolva da solo, in quanto il rischio, in assenza di un intervento psicologico clinico mirato e precoce è che possano svilupparsi alri disturbi psicofisiologici: disturbi d'ansia, disturbi dell'umore, disturbi dell'apprendimento, disturbi della comunicazione, disturbi affettivo-relazionali, ecc. Si ricorda che nella maggior parte dei casi trattati si evita di intervenire direttamente sul bambino ma, in psicologia emotocognitiva, si applicano le nuove metodologie cliniche di intervento psicologico indiretto. Questo permette al bambino di non essere inserito in contesti sanitari che potrebbero in realtà risultare patogenetici anziché risolutivi.

Comprensione dell'ADHD

Valutazione del funzionamento nel disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Il Bambino Iperattivo

Nei bambini è comune riscontrare scarsa tolleranza alla frustrazione, scoppi d'ira, prepotenza, ostinazione, eccessiva e frequente insistenza sul fatto che le richieste siano soddisfatte, umore instabile, demoralizzazione, disforia, rifiuto da parte dei coetanei, e scarsa autostima. Questo, secondo le teorie emotocognitive, è l'aspetto fenomenologico ma non rappresenterebbe una malattia o l'indicazione di un disturbo.
Sono, per lo psicologo italiano Baranello, sintomi con aspetti del tutto funzionali che, però, un sistema di convinzioni ormai secolarizzato o il sistema di convinzioni del sistema familiare, sociale o del gruppo al quale ci si riferisce, considerano disfunzioni.
La comprensione dell'ADHD varia quindi in base al sistema teorico utilizzato. Le teorie emotocognitive non sottovalutano il disturbo ma creando una profonda distinzione tra sintomi e disturbo.
Il sintomo rappresenta una normale funzione tesa a ridurre stati psicofisiologici di attivazione centrale e periferica rispetto al sistema nervoso, tanto da permettere all'organismo una perfetta armonizzazione rispetto al sistema in cui esso è inserito. Il disturbo invece deriva dall'opposizione del sistema organismo o più ampiamente, soprattutto nel caso di minori, del sistema ambiente, al processo di scarica tensiva naturale dell'organismo stesso. Di fatto il contrasto diretto alla sintomatologia porta allo sviluppo di ciò che Baranello definisce "conflitto attuale" che porta allo sviluppo della tensione sistema definita sintomo-specifica e quindi, secondo il processo circolare definito in psicologia emotocognitiva "loop disfunzionale" alla genesi del disturbo vero e proprio.

Spesso si possono notare risultati scolastici compromessi e svalorizzati che diventano sovente causa di conflitti con la famiglia e con gli insegnanti.
Questo tipo di "conflitto" deriva, secondo le teorie di Baranello, da una inadeguata informazione circa il reale funzionamento dell'organismo quindi su errate convinzioni.

I bambini possono essere accusati di essere pigri in quanto l'insufficiente capacità di impegno in attività e compiti che richiedono uno sforzo prolungato è spesso interpretata come segno di pigrizia, di scarso senso di responsabilità o di comportamento oppositivo.
In alcune situazioni quali guardare la televisione, essere impegnati in un videogioco, o in una attività che li coinvolge in modo diretto con adulto i bambini riescono a prestare attenzione o a stare seduti. Anche nelle prime settimane di scuola il bambino può avere un comportamento fenomenologicamente più controllato. Questo può sconcertare ed insospettire genitori ed insegnanti sul fatto che i bambini siano attenti e partecipi solo quando lo vogliono o quando qualcosa li interessi in modo particolare, come il gioco.
Di nuovo una errata interpretazione può portare a forzare il sistema educativo e quindi attivare nuovamente il circuito chiuso che genera il disturbo.

Le difficoltà di apprendimento che possono manifestarsi, apparentemente derivanti dal comportamento iperattivo e non controllato che, secondo alcuni, non permetterebbe al bambino in classe di prestare attenzione alle lezioni e quindi di partecipare in modo costruttivo.

Il movimento continuo, che identifica per Baranello lo stato tensivo sul muscolo e che ha portato allo sviluppo della teorie per cui l'ADHD sia sviluppato da un rapporto di scambio ad alta frequenza tra l'attivazione centrale e periferica del sistema nervoso in soggetto del tutto sani, potrebbe nella pratica impedire una forma attentiva verso altro con il risultato di non concentrarsi, di non ricordare o di non comprendere o non eseguire un compito. In realtà, spiega Baranello, il soggetto iperattivo è inserito in un sistema che, nel tentativo di risolvere il problema, incrementa lo stato delle stimolazioni portando quindi ad una iperstimolazione che poi l'organismo dovrà liquidare necessariamente per via motoria. Le teorie emotocognitive del Dott. Baranello si sviluppano infatti integrando i concetti fisici del primo e secondo principio della termodinamica allo studio dei processi organizzativi psicofisiologici. Insomma cercare di aiutare in modo diretto il bambino produce una iperstimolazione che porta l'organismo a liquidarla per via motoria (l'unica via finale per Baranello) quindi a cronocizzare proprio i sintomi che il sistema educativo vorrebbe ridurre.

La conseguenza è che il bambino acquisisce con grande fatica le informazioni e spesso rimane indietro nel programma rispetto all'andamento generale della classe, con una possibilità di recupero sempre più bassa. Questo comporta, in molti casi, il raggiungimento di risultati scolastici significativamente al di sotto delle sue potenzialità, questa condizione fa si che il bambino assuma un atteggiamento negativo nei confronti della scuola, vissuta principalmente come luogo di frustrazione e di fallimento.

Le difficoltà relazionali sono la conseguenza di una modalità negativa di approcciarsi ai compagni, caratterizzata a volte da prepotenza, aggressività, irritabilità che però se lette nell'ottica del sistema che esperisce e in relazione a ciò che il bambino sta subendo in termini di iperstimolazione, risulterà ad un occhio attento, del tutto normale, anche se socialmente non accettabile.
Le teorie emotocognitive suggeriscono infatti di optare per una modificazione delle azioni di controllo ambientali al fine di favorire la soluzione tensiva dell'organismo fino ad ottenere, in tempi in realtà piuttosto brevi, a volte quasi immediati, una spontanea remissione del problema.

Nel gioco dei soggetti con diagnosi di ADHD sembra prevalente la difficoltà a rispettare il proprio turno e ad accettare e applicare le regole. Proviamo però a pensare al numero più elevato di imposizioni, moralmente giuste ma nella pratica non funzionanti, che il soggetto con ADHD subisce proprio a causa dell'idea che occorra gestirlo e controllarlo!

Il risultato è che spesso il bambino finisce per essere isolato o per giocare con i bambini più piccoli dove può esercitare un suo personale controllo e quindi sentirsi artefice della propria esperienza.
La interazioni possono essere qualitativamente negative e quantitativamente scarse sia con il gruppo dei pari che con gli adulti, sempre dal punto di vista fenomenologico.

La compromissione della sfera relazionale e sociale può interferire in modo significativo sul normale processo di sviluppo che oggi chiamiamo emotocognitivo. Il bambino non ha la possibilità di fare sufficienti esperienze positive di riuscita e di riconoscimento personale che possano favorire la percezione di sé come persona adeguata ed in grado di agire in modo funzionale ovvero secondo le teorie emotocognitive non svilupperebbe un adeguato senso volitivo all'interno del contesto.

 
La Famiglia

Le relazioni familiari sono spesso caratterizzate da risentimento, irritazione, contrasto, rabbia, soprattutto perché la variabilità del quadro sintomatologico del bambino porta spesso i genitori a ritenere che tutto il comportamento inopportuno sia volontario. Le azioni messe in atto dal bambino all'interno dell'ambiente assumono connotazioni del tutto diverse se l'ottica si cala dal punto di vista del soggetto.
Il sintomo diviene connotato negativamente per convinzioni sociali, anche piuttosto diffuse, e le azioni di contrasto diretto tese all'inibizione dell'azione del bambino, portano alla genesi di vere e proprie contratture muscolari che poi l'organismo risolverà con stati di attivazione del tutto involontari, cronicizzandosi.
La psicologia emotocognitiva sostiene la non esistenza di vere e proprie strutture stabili enfatizzando il ruolo dei processi di mantenimento psicofisiologici alla base del disturbo. Di fatto quello che chiamiamo cronicizzazione può risolversi proprio agendo su tali processi.
Cronico, nelle teorie emotocognitive del Dott. Baranello, è soltanto un modo sempre uguale di organizzazione disfunzionale rispetto al sintomo e sarà cronico finché non si modificherà il processo. Una prospettiva, quella emotocognitiva, rivolta completamente al futuro anziché al passato.

Trovarsi al centro di una incessante iperattività può essere molto spossante ed irritante per la famiglia. La tutela del minore senza la tutela della famiglia è davvero inutile.
Per questo l'intervento emotocognitivo è un intervento di armonizzazione sistemica.

Il bambino iperattivo è un bambino difficile da calmare e da consolare nei modi che popolarmente conosciamo, quelli di tipo diretto, che, si rivelano del tutto inutili ed inefficaci anzi, addirittura patogenetici. Se si cerca di prenderlo in braccio, di tenerlo vicino a se, di accarezzarlo o di parlargli è sfuggente.
Spesso atteggiamenti apparentemente normali come dire "stai tranquillo" o all'opposto "rimproverarlo" oppure atteggiamenti basati sul cercare si spiegare o all'opposto punirlo, si rivelano del tutto fallimentari in quanto, per Baranello, sono comunque orientati verso il tentativo di risolvere un problema in modo diretto. Sarebbe come dire ad un "drogato" che la droga fa male. Sicuramente è giusto ma non sortisce di certo grandi effetti, visto che è un'informazione che la persona già conosce.
Baranello sostiene che la metodologia di intervento più efficace passa invece per un nuovo tipo di informazione, di tipo indiretto, basata proprio sulle nuove nozioni circa il funzionamento dell'organismo prodotte dalle teorie emotocognitive.

Per la famiglia uscire di casa può rappresentare un enorme problema perché andare al supermercato, al ristorante, in un albergo, a casa di amici e parenti potrebbe significare essere costretti a subire i comportamenti del figlio per mantenere una calma "apparente" assecondando le sue richieste per evitare che manifesti dei comportamenti eccessivi.
I genitori possono sentirsi delusi nelle loro aspettative di essere in grado di consolare e di prendersi cura del figlio, i suoi comportamenti tendono a farli innervosire e ad agire cercando ogni modo per contenere la sua irrequietezza sgridandolo, punendolo, cercando di convincerlo con discorsi o promettendogli dei premi se si comporta bene. Tentativi che falliscono puntualmente il loro obiettivo, come abbiamo visto.

Anche il contesto sociale nel quale la famiglia vive può mettere in dubbio le capacità del genitore di educare o di essere in grado di controllare il figlio, generando un altro fattore che influenzerà negativamente la situazione e la possibilità di risolvere il problema.*

Il bambino, a volte, sembra agire apposta per far perdere la pazienza ai genitori che a loro volta, nonostante facciano ricorso a tutte le loro risorse cercando di "provarle tutte" per risolvere il problema, possono diventare insofferenti ed esausti, soprattutto nel vedere che la situazione non migliora. Viene ad instaurarsi così quello che le teorie emotocognitive hanno chiamato  loop disfunzionale, ossia un processo  circolare ridondante nel quale i tentativi di soluzione messi in atto non solo non risolvono il problema ma alimentano il problema stesso acuendo la tensione sintomo-specifica e quindi producendo proprio il sintomo come effetto e quindi la genesi del disturbo.
Questo ovviamente non significa che il genitore abbia colpe, tutt'altro.
Baranello sostiene che nessuno può essere considerato colpevole direttamente perché in realtà il problema è semplicemente derivato da una carenza informativa adeguata.
Il concetto di "colpa" è spesso basato su vecchie teorie del trauma, del tutto inesistenti e scientificamente non rilevanti secondo Baranello, che vogliono associare cause simboliche, quindi del tutto astratte, alle manifestazioni sintomatologiche apparentemente disfunzionali. Queste teorie, secondo Baranello, dovrebbero essere prese con molta cautela perché rischiano di creare falsi legami tra causa-effetto e quindi contribuire al mantenimento stesso del problema e alimentare più il business basato su vecchi assiomi anziché risolvere realmente i problemi.

I genitori possono essere sconcertati dal non riuscire a comprendere cosa faccia agire il figlio in un certo modo e si sentono isolati anche dal punto di vista sanitario, dove nessuno è in grado nella pratica di dire loro un semplice ed efficacie "come fare".
Si trovano di fronte a mille informazioni, concetti generali, ma a poche reali soluzioni, ovvero c'è un deficit conoscitivo che va assolutamente colmato e si dimostra con la scarsa efficacia della maggior parte degli interventi oggi esistenti.

Terapia Psicologica del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività

Il trattamento psicoterapeutico dell'ADHD senza farmaci (terapia indiretta e diretta)

Le cure psicologiche applicate nei trattamenti che non utilizzano farmaci ma strumenti psicoeducativi personalizzati per finalità terapeutico-riabilitative.

Il processo che scatena, mantiene e può aggravare gli eccessi di irrequietezza nel bambino iperattivo viene definito come un tentativo di soluzione autonoma ad un intenso stato di attivazione di base, per cui il bambino si muove senza uno scopo ambientale preciso al fine di trovare soluzione ad una tensione inizialmente a-specifica.
Il bambino trova così un suo momentaneo equilibrio attraverso l’attività motoria, paradossalmente sembra che solo l’attività motoria sembra "calmarlo". Si tratta ovviamente di una modalità di gestione delle attivazioni socialmente disfunzionale visto in un’ottica complessa di tipo bio-psico-sociale.
Le attività motorie sono dovute ad una iperstimolazione che si chiude in un circuito riverberante amplificandole quindi aumentandone frequenza e potenza. Il soggetto risulta quindi del tutto sano ma incastrato in un processo disfunzionale, che, una volta scardinato, andrà in remissione spontanea in breve tempo.

Il trattamento psicologico preferenziale utilizzato è di tipo indiretto  quale  metodo di trattamento attualmente più efficace per portare a remissione i sintomi del disturbo in modo del tutto spontaneo e senza quindi intervento farmacologico.

Il trattamento indiretto prevede la sola presenza dei genitori  (uno o entrambi secondo i casi), o chi si prende cura del soggetto lasciando il bambino nel suo contesto di vita senza sottoporlo ad un percorso di cura diretta che tenderebbe ad intensificare il suo senso di inadeguatezza e la percezione di non funzionare come tutti gli altri bambini, di essere diverso e di essere la causa di tutte le situazioni sconvenienti in cui si viene a trovare e in cui coinvolge anche si trova intorno a lui.

L’obiettivo dell’intervento psicologico è quello di individuare le  modalità di comunicazione e di reazione ai comportamenti del bambino che interrompano il "loop disfunzionale" che si è venuto a creare tra le manifestazioni sintomatiche del bambino e quello che nel contesto ambientale/familiare viene fatto per contenerlo direttamente e che, ovviamente, non ha sortito reale effetto.
La prima posizione del trattamento è completamente psicoeducativa atta ad informare su una nuovissima concezione circa il funzionamento dell’organismo che sia personalizzata, quindi adattata al chi richiede l’intervento. L’informazione viene quindi adeguata al sistema di valori della famiglia e al suo tipo di cultura. Lo psicologo infatti si astiene nel fornire giudizi o consigli rispetto a valori o concetti morali.
Il problema per una famiglia è infatti quello per il quale il figlio sembra completamente non aderente ai principi base che vorrebbero trasmettere. Non vanno cambiati i presupposti morali ma adeguata l’informazione armonizzandola con il sistema.
Infatti non sono i contenuti simbolici ad influenzare il problema ma i processi organizzativi che, a differenza dei contenuti simbolici che possono essere infiniti, sono uguali per tutti gli organismi di una stessa specie.

Normalmente intorno al bambino viene a crearsi un’atmosfera di insofferenza, di irritabilità e di tensione incrementata il senso di impotenza e di frustrazione che nasce dal riscontrare come tutti i tentativi di ristabilire una condizione di calma, da parte del sistema famiglia o ambiente, falliscono.

Le nuove forme di cura psicologica hanno lo scopo di interrompere il loop disfunzionale suggerendo nuove modalità di comunicazione e comportamento basate sulla valutazione dei processi di funzionamento sistemico relativi ad ogni specifico caso.
Si parte dal presupposto di considerare il soggetto sano, ma in uno stato di disturbo. L’azione del bambino non verrà né assecondata né inibita ma processata e armonizzata in relazione alla specifica valutazione dei processi organizzativi caso-specifici (per questo non è possibile dare indicazioni generiche in questa sede).

Ciò su cui si agisce son proprio tutti quei processi psicofisiologici o più generalmente sistema-relativi che stanno alla base del mantenimento del disturbo, nel qui-e-ora e che, se perpetuati, potrebbero portare ad un suo aggravamento.

Essendo tali processi del tutto  reversibili in quanto sono gli stessi processi funzionali semplicemente incastrati in un sistema circolare riverberante, l’obiettivo è ripristinare il normale funzionamento del sistema modificando i processi da disfunzionali a funzionali, attraverso una corretta, quanto innovativa, informazione.
Si attiva così un’interruzione del loop disfunzionale generando un cambiamento che fa sperimentare sia al bambino che ai genitori la capacità di agire per ripristinare una condizione di benessere generale che coinvolge tutto il sistema, questo processo incrementa le possibilità di remissione completa del problema in tempi brevi e verrà percepito dal bambino in modo del tutto naturale, come se fosse sempre stato così.

L’intervento psicologico non prevede assolutamente la somministrazione di psicofarmaci, anzi, in assenza di condizioni mediche generali il farmaco potrebbe entrare a far parte proprio del loop disfunzionale, e non è previsto neanche l’intervento congiunto psicologico-farmacologico, altresì non è prevista psicoterapia e assolutamente sconsigliata quella diretta sul bambino. Il bambino non va inserito in contesti di cura quando oggi è possibile intervenire senza la presenza del minore.
I trattamenti suggeriti sono relativi a cure puramente psicologiche o psicopedagogiche in grado di portare l’organismo ad una remissione spontanea dei sintomi e alla soluzione del problema.

Attualmente c’è una certa tendenza della psichiatria a somministrare psicofarmaci a bambini ed adolescenti. È bene rilevare sia la presenza di rischi relativi agli effetti collaterali del farmaco dal punto di vista chimico, che troppo spesso vengono sottovalutati, sia gli effetti deleteri dal punto di vista psicofisiologico.
L’utilizzo di psicofarmaci conferma psicofisiologicamente sia ai genitori, sia al bambino di essere in una condizione di malattia. Questa percezione genera reazioni del sistema che andranno proprio a confermare la presenza della malattia: i genitori si potrebbero comportare come se il bambino fosse malato ed il bambino si comporterà da malato come conseguenza.
L’aspettativa psicofisiologica di essere malati porta ad una tendenza dell’organismo a mantenere la disfunzione. Questo in quanto tutto il sistema è portato ad agire ponendo l’attenzione su quello che non funziona (comportamento fenomenologicamente iperattivo del bambino) e ad organizzarsi in funzione del sintomo come problema.
La psicologia, che non prevede l’utilizzo dei farmaci, considera patogenetica l’azione del farmaco anziché risolutiva così come le azioni tese a risolvere direttamente il problema.

Nelle terapie di riabilitazione psicologica indiretta, per sintetizzare, con le nuove metodologie cliniche applicate, lo psicologo fornirà al sistema familiare delle strategie specifiche ed individualizzate facendo riferimento allo stile di funzionamento globale del sistema. Si tratta di una complessa prestazione clinico-sanitaria di tipo psicologico ed è quindi necessario rivolgersi a professionisti psicologi esperti in grado di utilizzare le nuove metodologie cliniche della psicologia.
L’intervento è esclusivamente basato sulla psicoeducazione circa le nuove scoperte nel campo dei processi organizzati alla base del mantenimento sintomatologico.

Tale intervento si distanzia anche dalle teorie cognitive e cognitivo-comportamentali e non utilizza direttamente strategie di rinforzo e punizione né tecniche dirette di desensibilizzazione o esposizione. Si differenzia anche dalle impostazioni psicoanalitiche in quanto non orientano l’attenzione al passato, al simbolo o alle dinamiche relazionali pregresse. L’orientamento è completamente orientato al futuro agendo sul qui-e-ora, ovvero sui processi di mantenimento del problema