I disturbi d'ansia da separazione

L’ansia nei bambini riguarda, essenzialmente, il suo sviluppo emozionale e i processi di regolazione e controllo delle emozioni stesse.

C’è, tuttavia, da distinguere l’ansia normale dall’ansia patologica.

Da studi fatti è emerso che, nella maggior parte dei casi, la patologia riscontrata in età adulta origina da vissuti infantili.

L’elemento distintivo del disturbo d’ansia da separazione attiene all’eccessiva ansia che il bambino prova e manifesta, nel momento in cui si separa da un’importante figura di riferimento - di solito la mamma -.

I bambini che soffrono di questo disturbo di solito si comportano normalmente in presenza delle figure di attaccamento e manifestano disagio nel momento del loro allontanamento.

Criteri diagnostici per il Disturbo d’Ansia da Separazione:

Ansia inappropriata ed eccessiva rispetto al livello di sviluppo riguardo alla separazione da casa o da coloro a cui il soggetto è attaccato, come è evidenziato da 3 (o più) dei seguenti elementi:

a) Malessere eccessivo ricorrente quando avviene la separazione da casa o dai principali personaggi di attaccamento o quando essa è anticipata con il pensiero.

b) Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita dei principali personaggi di attaccamento o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso.

c) Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento spiacevole e imprevisto comporti separazione dai principali personaggi di attaccamento (per esempio essere smarrito o essere rapito).

d) Persistente riluttanza o rifiuto di andare a scuola o altrove per la paura della separazione.

e) Persistente ed eccessiva paura o riluttanza a stare da solo o senza i principali personaggi d attaccamento in casa oppure senza adulti significativi in altri ambienti.

f) Persistente riluttanza o rifiuto di andare a dormire senza avere vicino uno dei personaggi principali di attaccamento o di dormire fuori casa.

g) Ripetuti incubi sul tema della separazione.

h) Ripetute lamentele di sintomi fisici (per esempio, mal di testa, dolori di stomaco, nausea o vomito) quando avviene o è anticipata con il pensiero la separazione dalle principali figure di attaccamento.

La durata dell’anomalia è di almeno 4 settimane L’esordio è prima dei 18 anni

L’anomalia causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, scolastica (lavorativa) o di altre importanti aree del funzionamento.

Fonte: American Psychiatric Association (1994)

QUALI CAUSE?

Le cause sono molteplici e implicano sia aspetti neurobiologici e temperamentali  sia relazionali, affettivi, sociali  ed educativi, tra loro interrelati.

L’ansia, nelle sue manifestazioni emotive, neurofisiologiche e comportamentali, è determinata da particolari modalità di elaborazione cognitiva agite dal bambino in particolari situazioni, che implicano a più livelli (percettivo, inferenziale, valutativo) processi cognitivi distorti.

Nello specifico sembra che il bambino reagisca alla propria rappresentazione cognitiva dell’ambiente piuttosto che all’ambiente così com’è.

Nei disturbi d’ansia prevalgono infatti schemi cognitivi dominanti riguardanti minacce di perdita, intenso timore per le critiche o di danno fisico, rispetto ai bambini non ansiosi.

I bambini ansiosi appaiono spesso tormentati da pensieri negativi quali ad esempio la paura di essere abbandonati, feriti, spaventati, dalla sensazione di pericolo di fronte ad un nuovo stimolo, dalla propria autovalutazione di incapacità ed inadeguatezza.

Lo scompenso clinico tende  a verificarsi in coincidenza con eventi che attivano:

a) Gravi timori di perdita (ad esempio un trasloco, un trasferimento, perdita di un familiare importante, allontanamento per lavoro di una figura familiare di riferimento)

b) Percezioni intollerabili di costrittività nel bambino (ad esempio incontro con un insegnante particolarmente rigido o critico)

L’impossibilità di riconoscere e spiegare  in modo coerente le fluttuazioni emotive porta a spiegarsele in termini di malattia fisica o di cause esterne.

I sintomi prodotti a questo punto dal bambino come ad esempio malesseri fisici (mal di testa, nausea, vomito, mal di pancia…) o la fobia scolare (non voler andare più a scuola) cercano di ripristinare l’equilibrio relazionale minacciato.

Il bambino agisce, dunque, strategie utili a ripristinare la vicinanza delle proprie figure di accudimento fonte di cura e sicurezza.

Questi comportamenti del bambino sono spesso erroneamente interpretati dalla famiglia come evitamenti di un pericolo esterno (spesso proveniente dall’ambiente scolastico). Determinano, inoltre, nei  genitori  risposte di allontanamento che confermano nel bambino i sentimenti di paura per la perdita e lo spingono ad attuare nuovamente comportamenti di controllo e di prossimità, alimentando un circolo vizioso che si auto mantiene.

il bambino che percepisce ansia per la separazione, rifiuta di andare a scuola - per stare insieme alla mamma e mantenere la vicinanza -; la mamma, per contro, lo allontana allo scopo di bloccare il suo evitamento aumentando l’ansia del bambino che si sente abbandonato e quindi minacciato nella sua sicurezza, aumentano gli evitamenti e i comportamenti coercitivi per mantenere la vicinanza e placare così l’ansia. Questi comportamenti genitoriali non fanno altro che confermargli la paura – reale o fantasticata - di perdere l’oggetto d’amore.

La madre che non riconosce l’ansia e la paura del bambino per la separazione, la attribuisce ad una causa esterna: in tal modo frantuma la sintonizzazione affettiva con il figlio alimentando in lui comportamenti disfunzionali volti alla ricerca di sicurezza e rassicurazione e ad impedire l’abbandono.

QUALE TRATTAMENTO?

Obiettivi terapeutici utili da seguire sono essere:

1) Aiutare il bambino ed i suoi genitori a rivolgere attenzione alla relazione piuttosto che a fattori esterni ad essa, aiutandoli a riconoscere e gestire le situazioni che favoriscono l’insorgere di meccanismi fanno emergere l’ansia stessa

2) Attivare la comunicazione, l’ascolto e la condivisione empatica tra madre e bambino rispetto al problema specifico

3) Riconoscere l’attivazioni emotiva della  paura come uno stato con un inizio, una durata ed una fine; Dare un nome alle emozioni percepite e agite nonché dare loro una colorazione affettiva in base alla intensità percepita e comunicarle verbalmente. Imparare a riconoscerle, consente di intervenire con strategie comportamentali efficaci per gestirle.

Scopo più importante è aiutare la madre a sintonizzarsi emotivamente con il bambino senza agire strategie di normalizzazione, sdrammatizzazione, razionalizzazione o qualsiasi altra modalità tenda a ripristinare un’attribuzione esterna alla causa dell’emozione di ansia e paura.

La mamma avrà, dunque, da comprendere cognitivamente ciò che suo figlio sta esprimendo in quel momento, immedesimandosi emotivamente, in modo da percepire ciò che il suo bambino sente e prova e facendo sì che il bambino si senta ascoltato, capito, accolto nelle sue paure e, quindi, non abbandonato.

A quel punto sarà utile spiegare al bambino cosa prova in quel momento, dando un nome all’emozione e spiegando cosa l’ha scatenata, quale paura sottende l’emozione stessa e quale pensiero, per gestirla e superarla.

Il terapeuta che persegue queste mete attraverso il coinvolgimento dei genitori e del bambino e - laddove sia possibile - della scuola per lavorare e superare in modo sinergico e adattivo la problematica ansiosa e la difficoltà relazionale ad essa congiunta.

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