Quando i bambini ci vedono litigare

Quando i bambini ci vedono litigare

I sensi di colpa nei confronti dei bambini sono uno strascico inevitabile dei litigi: per rimediare, parliamo e chiediamo loro scusa

 

Nell’infanzia non tutti i traumi sono immediatamente comprensibili al bambino. Ve ne sono alcuni nascosti, di cui spesso rimane una scarsa consapevolezza nell’età adulta, ma che producono comunque i loro effetti sulla personalità e sul comportamento. Tra questi traumi infantili ve ne è uno molto traumatizzante, anche se non sperimentato direttamente, sulla propria pelle: esso riguarda la conflittualità violenta fra genitori, situazione che espone il bambino a scene di tensione e violenza di cui si trova involontario spettatore (violenza assistita intrafamiliare). Si tratta di quegli eventi in cui i genitori interagiscono con atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale. Poiché questi atti si consumano tra figure affettivamente significative, come quelle dei genitori,  il bambino non può esimersi dal percepirne gli effetti, che in genere sono, ovviamente, negativi.

L’elaborazione cognitiva di tali eventi dipende anzitutto dalla maturità dei figli, ovvero dallo stadio di sviluppo da essi raggiunto sia a livello cognitivo che affettivo. Il bambino infatti osserva sin da piccolissimo la relazione esistente tra i suoi genitori e la elabora secondo le possibilità che ha di percepire e di comprendere, oltre che dalle esperienze pregresse.

Molto dipende poi dal tipo di conflittualità: come si manifesta? Con quale intensità e frequenza? Come si risolve? È ovvio che se il conflitto diventa un appuntamento fisso nella giornata del bambino, se si manifesta con un’intensità ogni volta crescente, nella quale sono compresi atti di violenza o espressioni verbali particolarmente forti, lancio di oggetti, minacce con armi o coltelli, questo conflitto fra genitori diventa fonte di grave insicurezza nel bambino, che reagisce con sintomatologie patologiche più o meno accentuate (dal punto di vista comportamentale comportamenti aggressivi o devianti, calo del rendimento scolastico, comportamenti autolesionistici ecc, dal punto di vista emotivo perdita dell’autostima, sentimenti di melanconia e depressione, stati ansiosi, ecc.). 

Se gli eventi, pur vissuti dal piccolo in modo negativo, non generano in lui preoccupazioni eccessive, egli  tende a rimuovere la sua attenzione, preferendo non accorgersi di quanto lo circonda. Anche se non subisce in prima persona delle lesioni fisiche infatti, l’essere esposto ad un clima emotivo terrorizzante lo porta o a responsabilizzarsi,  sentendosi ad esempio irragionevolmente in colpa per ciò che accade fra i genitori (o per il fatto di non saper trovare una soluzione a questo problema), oppure a mostrarsi del tutto disinteressato.

In una seconda battuta, tuttavia, è possibile che il bambino si ponga delle domande ulteriori, per cercare di comprendere meglio la relazione fra i suoi genitori. E, in particolare, ciò che non funziona fra loro. In questa fase diventa particolarmente attento a cogliere ogni sfumatura: negli sguardi, nelle espressioni verbali, nei comportamenti dei propri familiari e degli altri adulti con cui i familiari hanno un dialogo.

Anche se, in tali frangenti, il bambino si mostra distratto, registra, altresì, con precisione ogni piccola mossa nell’ambiente e comincia a farsi delle idee personali, attribuendo la responsabilità di quanto avviene all’uno o all’altro genitore. Il suo giudizio non sarà sempre obiettivo: infatti prima dei dieci anni il bambino tende a valutare solamente la realtà percepibile, oggettiva, rispetto ad un altro tipo di realtà che egli non può cogliere, in quanto il suo pensiero è ancora irreversibile e non riesce a mettere in relazione avvenimenti e situazioni dando loro una logica consequenzialità e formulando ipotesi e deduzioni in merito.

Per questo sarà più orientato a difendere sempre il genitore che appare più sofferente e a vedere nell’altro il carnefice, il responsabile degli eventi negativi che accadono in famiglia. L’intervento psicologico sul minore in questi casi deve essere anzitutto mirato ad ottenere una descrizione degli eventi da parte del bambino, in modo da comprendere, attraverso le sue verbalizzazioni e narrazioni, ciò che ha pensato e provato per fornirsi delle spiegazioni e trovare eventuali soluzioni.

A tutti i genitori può capitare di litigare davanti ai figli. E dopo?

Molto spesso arrivano i sensi di colpa nei confronti dei bambini che hanno assistito al litigio, nonché il risentimento verso il partner.

Come comportarsi in questi casi? Se c’è stata una lite, non bisogna farne un dramma ma rifletterci. Avere un piccolo confronto con i figli può essere utile a entrambi: aiuta loro a ridimensionare la situazione e i genitori a vedere il mondo attraverso un punto di vista diverso. La regola d’oro? Non pensare che siccome i bambini sono piccoli, capiscano meno. Tutt’altro!

 

Le cose da non fare coi bambini dopo un litigio

Difendersi barando

Non trattateli da stupidi, non basta qualche regalino per rimediare. Ai bambini non servono oggetti, ma conferme del vostro amore.

-Distrarli con il cibo o con il gioco

Può accadere che i bambini dopo un litigio si rifugino in camera, piangano o si chiudano in se stessi. Non cercate di distrarli tutti i costi con il cibo, la televisione o i giochi: rispondereste in maniera distorta al loro bisogno di rielaborare l’accaduto.

-    Dare la colpa all’altro

Sbagliato dare spiegazioni sul litigio ai bambini: non hanno bisogno di “ragionamenti” su chi abbia ragione o torto ma di rassicurazioni sul fatto che mamma e papà si vogliono ancora bene e che la lite non è colpa loro. Altrettanto sbagliato è buttare la colpa sull’altro.

 

I consigli da seguire

- Parlate serenamente con loro

Dopo il litigio parlate coi bambini spiegando che è naturale discutere tra persone che si vogliono bene. Fate degli esempi vicini al loro mondo (per esempio i bisticci capitati con gli amichetti); ribadite che non è colpa loro e che mamma e papà si vogliono sempre bene. Se sono stati coinvolti nella lite chiedete scusa: è una cosa che apprezzeranno moltissimo.

- Siate pazienti

Non state loro addosso solo per calmare il vostro senso di colpa. Quando ne vorranno parlare, lo faranno: lasciamo che i bambini abbiano il tempo di "digerire" l’accaduto. Quando sentiranno tornare un clima disteso si apriranno da soli.

- Fatevi vedere insieme

Spesso per i bambini due genitori che litigano coincidono con due genitori che stanno per lasciarsi, con tutte le fantasie di abbandono che questo porta con sé. Allora, dopo la lite, fatevi vedere affettuosi tra di voi: questo rassicurerà i bambini più di mille parole.

Sono davvero pochissime le coppie in grado di affer­mare con assoluta certez­za di non aver mai litigato du­rante la loro vita coniugale. Nella stragrande maggioranza dei casi succede con una certa frequenza.

Secondo un’indagi­ne nel 26,2 per cento delle famiglie italiane il conflit­to è quotidiano o settimanale, nel 26,7 per cento almeno una o due volte al mese. L’amore non è bello se non è litigarello, dice un vecchio detto. E forse un fondo di verità c’è...

 

 

Ma cosa succede se alle baruffe dei genitori sono co­stretti ad assistere anche i figli?

I bambini, soprattutto i più pic­coli, vogliono ricevere e dare af­fetto a entrambi i genitori e che sono estremamente leali nei confronti delle persone che amano. Per questo, davanti a un loro litigio possono sviluppa­re una buona dose di ansia perché gli si pone davanti il dilemma: chi dei due ha ragione?

E, visto che all’interno dei litigi familiari, nella gran parte dei casi, i motivi della sfuriata non sono così chiari ed evidenti, ma affondano nel trascorso di una relazione in cui scarseggia la comunicazione, è estrema­mente complicato per un bam­bino decidere da che “parte” stare. Il turbamento che ne sca­turisce è ancora più angoscioso se in casa non ci sono altre figu­re adulte (nonni, fratelli mag­giori, zii) nelle quali trovare un conforto.

A ciò si aggiunga che per un bambino piccolo le parole hanno un significatopesan­te. Per loro non è ammissibile dire «ti odio» a qualcuno pur continuando a volergli bene. È tutto bianco o nero, non ci sono sfumature di grigio. E non possiedono una struttura di pensiero elaborata al punto da poter concepire che dietro una parola forte o un insulto, più che il significato intrinseco, c’è un’emozione.

Un’indagine ha dimostrato che quando vivono in un contesto familiare stressante, in cui il liti­gio tra genitori è all’ordine del giorno, i bambini hanno mag­giori probabilità di soffrire di in­sonnia. Più che le preoccupa­zioni scolastiche, infatti, a ren­dere difficoltoso l’addormenta­mento sembrano essere le ten­sioni assorbite tra le mura do­mestiche. Secondo gli esperti, quando la sera scoppia una lite in casa, i bambini non hanno modo di scaricare le ansie accu­mulate durante il giorno.

Ciò provoca in loro una sorta di paura di addormentarsi, perché temono di fare brutti sogni. Per questo è importante favorire l’addormentamento creando, nelle due ore che precedono la nanna, un ambiente calmo e rilassato. E, per la stessa ragione, oltre alle sfuriate, i bambini non dovrebbero nemmeno vedere programmi televisivi che ri­chiedono un forte coinvolgi­mento emotivo.

 

Arrabbiarsi, farsi prendere dall’i­ra e litigare con il proprio part­ner è più o meno inevitabile per la maggioranza delle coppie.

La prima cosa da fare, per evita­re gli effetti del litigio sui bam­bini, ènon dare in escande­scenze davanti a loro. Ovvia­mente capiranno che c’è stata una discussione, ma almeno avrete risparmiato loro i partico­lari più cruenti dello scontro. Con gli anni poi, crescendo, ca­piranno che la vita è fatta anche di conflitti e incomprensioni, ma l’importante è impara­re che le difficoltà, se c’è la vo­lontà e soprattutto un legame affettivo forte, possono essere superate. Per questo è impor­tante fare la pace, dopo. Oltre che allavita di coppia, è saluta­re anche per il bambino. Non c’è niente di peggio di lasciare in sospeso un litigio, magari an­dando avanti per giorni a pun­zecchiarsi e a mettere il muso di continuo.

Se si viene “beccati” dal piccolo a litigare è bene poi evitare di fingere che non sia vero. Molto meglio ammettere che si stava discutendo e litigando. E, dopo aver ripreso la calma, si può spiegare al piccolo che anche gli adulti, come d’altra parte i bambini, qualche volta litigano.

E che quando mamma e papà hanno un diverbio, qualche volta, non significa che non si vogliono più bene e che, soprattutto, smettono di voler bene a loro!

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L'equilibrio per il benessere della coppia

Sempre più spesso sento coppie che lamentano disagi nella relazione personale. Disagi causati dalle più disparate problematiche: la relazione interpersonale col partner relativa ad incomprensioni sui problemi della vita quotidiana, all’intimità, all’affrontare difficoltà lavorative, amicali, familiari, al lamentarsi perché non ci si sente compresi, a dinamiche riguardanti l’educazione dei propri figli, o la gestione economica familiare, quella della casa in particolare quando anche la donna lavora fuori casa, e così via.

Son davvero tantissime le situazioni a causa delle quali insorgono molteplici difficoltà, ma è anche vero che queste stesse, talvolta, non sono altro che una maschera di qualcosa – che a volte è di natura inconsapevole – che riguarda altre difficoltà legate all’uno o all’altro partner o ad entrambe!

Mi capita sovente di ascoltare le persone che lamentano e sottolineano l’altro come “apparente” causa del proprio disagio, attribuendo all’altro i motivi delle difficoltà: “Eppure io dico cosa voglio, come lo voglio. Io dico cosa non va, dico cosa sarebbe bene fare o non fare. Dico (sempre all’altro) chiaramente cosa non mi va”. Queste sono alcune delle cose che le persone dicono a me ma in prima battuta a se stesse e, in questo modo, si scrollano di dosso ogni responsabilità attribuendola – di conseguenza – all’altro.

Se poi i disagi son causati da difficoltà dei figli, il problema cresce ancor di più fino ad innescare dei circoli viziosi, dai quali le persone non riescono ad uscire creando delle impasses, dei blocchi, che portano i partner stessi, a risolvere (quale unica modalità definitiva) il problema stesso, con la separazione.

Per tale ragione ritengo opportuno e alquanto risolutivo e basato su un comportamento Adulto, accostarsi allo Sportello d’Ascolto rivolto alle Coppie.

L’obiettivo è di creare uno spazio di accoglienza attivo per tutte le coppie che vogliono confrontarsi con un esperto su argomenti che ritengono importanti per il loro benessere.

 

  • Creare uno spazio d’ascolto e lettura dei bisogni dell’individuo e della coppia
  • Favorire l’elaborazione positiva di particolari momenti di disagio della coppia
  • Informare ed orientare sulle risorse offerte dal territorio 

L’iniziativa nasce dall’esigenza nonché dalle richieste, di dare uno spazio di accoglienza immediato per le coppie ed un punto di riferimento che sia anche economicamente accessibile a tutti.

Il primo colloquio è di ascolto e conoscenza delle esigenze e delle problematiche contingenti. Successivamente insieme si delineerà l’eventuale opportunità di un percorso psicologico o psicoterapeutico.

Tutti i colloqui sono estremamente riservati e coperti dal segreto professionale.

 

La psicoterapia di coppia, da me proposta, è un percorso di psicoterapia breve finalizzato alla soluzione dei problemi attuali della coppia, alla comprensione ed elaborazione risolutiva del disagio avvertito dai partners attraverso il raggiungimento degli obiettivi espressi dalla coppia e concordati con il terapeuta.

E' un'esperienza che mira a favorire, tra i partner, la possibilità di trovare nuove e più funzionali modalità di ascolto reciproco e di espressione dei bisogni personali, al fine di recuperare una forma di armonia nella coppia, soprattutto nei casi in cui è presente un forte conflitto, litigiosità, mancanza di fiducia e intimità, disaccordi sulla gestione della vita familiare o di coppia, disagio nei rapporti con la famiglia d'origine propria o del partner, depressione di uno o entrambi i partners, disagio nell'affrontare un cambiamento proprio o del compagno/a ...

L'intervento psicoterapeutico ha, come obiettivi finali, sia la soluzione del problema (o del conflitto) presentato dai partners, che il benessere di ognuno nella relazione di coppia, nel contesto di vita e rispettando le esigenze reciproche. 

 


Allo sportello d’ascolto si accede tramite appuntamento telefonando dal lunedì al venerdì dalle 14.00 alle 20.00 al 3925543431 e lasciando un messaggio col proprio nome e recapito telefonico, nella segreteria, al fine da poter esser richiamati il più presto possibile.

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Dinamiche psicologiche, relazionali e comunicative nel processo educativo: l’incidenza della qualità nel rapporto genitori-figli

v     Da 20 anni mi occupo e mi interesso, del rapporto genitori-figli prima come educatrice di asilo nido, insegnante di scuola materna, educatrice di minorati sensoriali e insegnante di scuola elementare; poi come psicologa e psicoterapeuta. Per tale ragione ho voluto approfondire gli studi con diversi master e corsi di specializzazione perché, nel corso degli anni, ho constatato quanto sia fonte di disagio, per i genitori nell’educare i figli e nella relazione con essi, la scarsa e a volte nulla, conoscenza a volte di se stessi, a volte dei figli stessi.

 

v     Proprio per questo, ho capito e notato che la conoscenza delle necessità e dei bisogni propri e dei figli –appunto- può esser di sostegno e incoraggiamento in quella che io, ma non solo io, definisco un’ARTE.

Un’arte che, tuttavia, non si riceve come scienza infusa e che non è data una volta per tutte: non si nasce genitori, né automaticamente lo si diviene nel momento in cui nascono dei figli se non dal punto di vista anagrafico e affettivo. La capacità, la possibilità, la facilità, in qualche modo, di procreare non è, automaticamente, sinonimo della capacità e facilità d’essere genitori, nel senso stretto del termine.

 

v     Sicuramente, per quel che attiene al punto di vista educativo e relazionale, tutto cambia. Per diventare insegnanti ed educatori da sempre esistono corsi di studio anche universitari, percorsi costruiti ad hoc, con i relativi tirocini che prevedono dei supervisori cui fare riferimento, coi quali confrontarsi e ai quali chiedere supporto, conferme e suggerimenti.

 

v     Per divenire genitori no: e sì che se nel primo caso –a mio parere e sempre per esperienza personale- è sicuramente più semplice acquisire determinate competenze [ma mi riferisco qui a quelle prettamente educative, poiché quelle relazionali difficilmente si possono imparare una volta per tutte] e, per certi aspetti, mantenerle inalterate; nel secondo caso, ossia nel caso dei genitori, è senz’altro più complesso.

 

Ma qual è la differenza?

 

v     La differenza è davvero “semplice”, ma nel contempo assai complessa, poiché, davvero va a toccare molteplici aspetti e tutti tra loro strettamente correlati e interrelati, ma sicuramente riconducibili ad un’unica peculiarità: l’affettività.

 

v     L’implicazione affettiva, l’essere coinvolti dal punto di vista emotivo, cambia completamente il punto d’osservazione, cambia completamente le lenti degli occhiali coi quali ci si ritrova a guardare e osservare le situazioni familiari. È sicuramente molto difficile mantenere l’oggettività quando si è coinvolti emotivamente, no?

 

Sovente capita, quando ci troviamo coinvolti, in particolare, in situazioni che toccano anche aspetti emotivi che comportano scelte, decisioni per le quali abbiamo da rimanere legati a dati di realtà, di sforzarci e, per certi aspetti anche di essere convinti, di mantenerci “oggettivi”, poiché ci sforziamo di mettere da parte emozioni e sentimenti, per riuscire a stare sul “razionale”. Ma è anche vero che, di fatto, una parte seppur minima di soggettività proprio legata alla sfera emotiva, ai nostri desideri e bisogni si “insinua”. In altre parole e per dirla con F. Perls (padre della terapia della Gestalt), non esiste l’oggettività, in quanto nell’esser oggettivi siamo, sempre e comunque, soggettivi, perché anche nei dati di realtà ci mettiamo ciò che attiene a noi stessi: alla nostra personale percezione delle cose e al nostro personale modo di interpretare la realtà stessa, influenzata dalle nostre arcaiche esperienze di vita, alle nostre credenze e convinzioni.

E questo è ancor più vero in riferimento alla relazione tra genitori e figli.

 

v     La colorazione affettiva che assume la relazione genitori-figli è altro e non è solo una, in effetti, perché è come se si trattasse di un prisma estremamente sfaccettato il quale rimanda colori diversi, ora più intensi ora più tenui; ora singoli e distinguibili ora molteplici e confondibili con altri, in base a come lo si pone, alla posizione che assume e in base al modo in cui lo si guarda.

 

E tutto questo da cosa dipende? O meglio, da cosa dipendono tutti questi cambiamenti di colore e della sua intensità?

 

v     Dall’aspetto affettivo, dalle emozioni che di volta in volta, emergono nell’uno o nell’altro membro della famiglia; emozioni che son comunque anche legate alle diverse età dei membri stessi, ma anche dal ciclo di vita che la famiglia sta attraversando e si trova in quel dato momento.

 

v     Il ciclo di vita familiare è essenzialmente legato anche, ma non solo, alle età dei suoi componenti e, soprattutto, dei figli stessi e, nel contempo e cosa affatto trascurabile, da quelle della realtà sociale in cui la famiglia è inserita e vive e delle famiglie d’origine.

 

v     Devo dire che il ciclo di vita familiare così come quello individuale, fondamentalmente, resta invariato nel tempo. E, a ben vedere, è caratterizzato sempre dalle stesse fasi.                                                        

In quello familiare:

  • Ø      La fase che precede il matrimonio;
  • Ø      Il matrimonio e quindi la formazione della nuova coppia coniugale;
  • Ø      La nascita di un figlio con tutte le fasi inerenti quest’ultimo in giovane età;
  • Ø      Quello della fase adolescenziale dei figli in cui avviene un primo svincolo di questi dalla famiglia;
  • Ø      La fase in cui i figli si allontanano fisicamente dalla famiglia d’origine o per lavoro e scelta personale o per costituire una nuova famiglia, lasciando così il “nido vuoto”;
  • Ø      La famiglia nella fase terminale col pensionamento, la vecchiaia e così via.

Ovviamente, ogni fase prevede un cambiamento, un assestamento, un adeguamento dei suoi componenti ed è anche vero che se i componenti stessi e tutto il sistema non sono pronti a questo, iniziano le difficoltà, i problemi, le crisi che, spesso, sfociano in eventi dolorosi e drammatici.

 

      E ciò su cui voglio focalizzarmi è proprio la fase inerente la relazione coi figli e, rispetto a questa, quella che, nella fattispecie, riguarda proprio l’aspetto relazionale ed educativo.

 

      Come ho già detto, fondamentalmente, le fasi del ciclo di vita son sempre le stesse in ogni famiglia. È anche vero, però, che qualcosa sembra esser cambiata.

 

      In effetti si nota una certa differenza tra le famiglie di oggi e quelle di un tempo nemmeno tanto lontano, poi.

 

      Guardando anche solo alle nostre famiglie e, comunque, alle famiglie di 40-50 anni fa e dunque ai nostri genitori, si percepisce una differenza nella relazione tra loro e noi e tra noi e i nostri figli.

 

      Viene da chiedersi in cosa consiste tale cambiamento e perché, tale cambiamento.

 

      È chiaro ed evidente, dunque, il cambiamento e l’evoluzione che la società ha avuto già del dopoguerra, col passaggio dalla famiglia patriarcale [una famiglia numerosa, comandata dal padre "patriarca", cioè il capo e in cui i figli maschi prendevano moglie e restavano in famiglia facendone aumentare i componenti: genitori, figli, zii, zie, nipoti, nonno, nonna... Essere in  tanti aumentava  la  forza-lavoro perché per lavorare nei campi servivano molte braccia. La scuola passava in secondo piano: era più importante lavorare per poter mangiare che imparare a leggere e a scrivere] alla famiglia nucleare [comunità riproduttiva composta da madre, padre e figli che spessissimo vivono lontano dai genitori . La famiglia nucleare nelle società occidentali è la forma più diffusa di famiglia. Oltre a questa esistono diverse altre forme di famiglia o di matrimonio, ovviamente].

 

      Nelle famiglie odierne il numero dei componenti è notevolmente diminuito con un aumento di quelle che optano per il figlio unico. Da qui il rovesciamento degli alberi genealogici nel senso che ora, sull’unico genito, si riversano le attenzioni di genitori, nonni, zie e zii, sempre più spesso single.

 

      C’è anche da considerare il cambiamento della condizione femminile e il miglioramento [se così vogliamo chiamarlo, ma che, per certi aspetti, così è] della situazione lavorativa della donna.

 

      Questo fa sì che la donna sia oggi, spesso, più autonoma dal punto di vista economico, cosa che si riverbera inevitabilmente sulla sua autostima e su una maggiore forza e autonomia di pensiero, decisione e azione.

 

      Proprio per tale ragione, soprattutto la vita familiare è sicuramente impostata in maniera differente rispetto al passato, laddove la donna che lavora anche fuori casa, ha maggiori responsabilità e oneri che vanno a sommarsi a quelli acquisiti col matrimonio e la maternità.

 

      Non ultima è la possibilità della donna, grazie proprio alla sua indipendenza economica, di svincolarsi, staccarsi e poter fare a meno, se lo vuole, del vincolo matrimoniale, laddove questo diviene senza senso e perciò indesiderato per i più svariati motivi.

 

      La donna quindi non è più costretta a perpetrare il suo matrimonio, la sua convivenza e dipendenza economica ed emotiva con un uomo (il marito) dal quale ora è libera di separarsi.

 

      Nel nostro millennio, a bene vedere, le esigenze della vita familiare sono cambiate e i desideri, i bisogni, sia dei genitori, sia dei figli, cambiano ogni giorno che passa, e sono questi ultimi a diventare sempre più i principali protagonisti e vittime, allo stesso tempo.

 

      L’infanzia, definita come quel riferimento prezioso di sogni, di fantasie, di fisicità, di giochi, di sentimenti, di scoperte, di paure, si manifesta nei confronti dello stile di vita della società moderna, caratterizzata dal consumismo, come un disagio psicofisico.

 

      In altre parole, i bambini stanno perdendo la loro diversità: non è più lasciato loro il tempo per stupirsi e scoprire il mondo. Infatti, appena aprono gli occhi devono consumare, essere adulti e competere con gli altri.

 

      La nostra è una società che consuma l’infanzia (laddove per infanzia intendo la fanciullezza, ossia ogni età che precede la vita adulta), la sua freschezza, i suoi sogni, la sua fantasia e i suoi gesti.

 

      Pertanto, è importante poter usufruire di una «valutazione qualitativa» nel processo educativo, che pone l’accento sull’integrazione di diversi fattori che agiscono su ciascuno di noi e, più in particolare, sui bambini: la valenza affettiva, la conoscenza psicologica, la modalità relazionale e comunicativa e, infine, la valutazione soggettiva dell’espressione del sé.

 

      Comunque sia, i genitori, impegnati nel processo di formazione dei propri figli per mandato biologico, psicologico e sociale, risulterebbero così i veri agenti “significativi” di tale possibile integrazione. Diventa, a questo punto, relativamente spontaneo pensare che educare i propri figli è un fatto naturale per un genitore.

 

Che cosa si deve intendere per processo educativo?

 

      Il concetto di educazione è senza dubbio molto più ampio di quanto si creda comunemente: coinvolge tutti gli stimoli che provengono dal mondo esterno, dalle cure familiari ai contatti con il mondo della scuola e con il sociale.

 

      L’educazione interessa quindi la crescita psicologica e fisica di ciascuno di noi. La parola educare, infatti, deriva dal verbo latino ex ducere, che significa «tirar fuori», «sviluppare», portare a compimento; in altre parole, educare vuol dire aiutare a crescere in modo positivo.

 

      In senso molto lato, il termine educazione sta ad indicare il processo di formazione dell’uomo (inteso sia come individuo sia come gruppo) nella direzione di una lenta ma autentica scoperta e chiarificazione di sé, ovvero delle proprie peculiari caratteristiche.

 

      Il processo educativo è, dunque, quell’atto educativo che, in qualche modo, prevede un intervento che ha una continuità nel tempo: in pratica, è una procedura formativa che dura tutta la vita.

 

      Educare un figlio oggi, significa rivelare ai genitori (sarebbe più giusto parlare di educatori), i segreti per difenderlo dalla TV che diventa sempre più la “baby-sitter domestica”, dal computer che indubbiamente rimaneggia le relazioni interpersonali verso un modello sempre più diadico: «io-computer», dal cibo (problemi alimentari come, ad esempio, anoressia e bulimia sono in continuo aumento), dalla dipendenza da telefonino (o “cellularemania”), dalla droga, dai videogames, ecc., cioè da tutti quei prodotti del presunto ed inefficace benessere attuale, che creano appunto dipendenza e quindi isolamento sociale.

 

      Le nuove identità infantili e adolescenziali, oggi paiono il risultato di creazioni non più del contesto familiare o comunitario, bensì di tutti questi strumenti che tengono in serbo, isolando un bambino/ragazzo per ogni fascia di età. I figli diventano comunque esseri “a rischio”.

 

      Questo processo rappresenta però un momento critico speculare: pesa cioè non solo sui bambini ma anche sui genitori.

 

      Infatti, è sempre questa realtà, che costringe questi ultimi a capire e ascoltare meno i bisogni dei loro figli, poiché è più potente l’influenza dell’attuale sistema sociale dei consumi e della globalizzazione dei mercati che si riflette sui ritmi di vita delle persone, della società e sugli impegni lavorativi di noi tutti.

 

      Il mondo dei grandi è sempre più caratterizzato da modelli di persone come super-manager, super-man, semidei…, in pratica, tutti “super” impegnati nel ricercare la propria realizzazione, ma poco empatici, incapaci di ascoltare e parlare con i loro figli e con la speranza di compensare alla loro assenza attraverso regali sempre più mega, con l’illusione che, accontentandoli e dando loro ciò che desiderano di materiale, di fatto poi riescano a porre una pezza nella loro assenza affettiva.

 

      Nella nostra società risulta chiaro come il sistema famiglia si presenta con delle problematiche che non rendano il genitore pienamente consapevole e responsabile del suo ruolo (impegni di lavoro frenetici e totalizzanti, crisi di coppia, separazioni, immaturità psicologiche che portano a rivestire il ruolo di madre-padre in modo poco responsabile, incertezza per il futuro e il lavoro, ecc.).

 

      Sembra quindi evidenziarsi uno sviluppo umano e socioculturale in continuo espandersi, dove i genitori sembra non abbiano più “tempo e spazio”, a causa degli impegni, per poter stare con il proprio bambino, mostrando così carenza di valori affettivo-emotivi e ludici che nella normale vita quotidiana frantumano e disturbano la relazione e i suoi aspetti interattivi.

 

      Ma la qualità della relazione genitori-figli, quale mezzo e oggetto della comunicazione, induce a sottolineare l’importanza degli aspetti personali, relazionali e sociali che permettono di privilegiare nel rapporto la dimensione dell’ascolto, in senso lato, allo scopo di cogliere le difficoltà del bambino.

 

      Il come educare i propri figli richiede dunque dei momenti di confronto e di relazione con loro, ovviamente, che valorizzino il proprio ruolo, le proprie risorse, che diano la possibilità di esternare le dinamiche interiori e fare in modo che siano affettivamente sostenuti.

 

      Essere genitore non garantisce il saper fare i genitori, risulta chiaro che questo ruolo (o mestiere!) non è così facile. Di certo, non esiste un decalogo del bravo genitore: non esistono né genitori né figli perfetti e non ci sono nozioni scientifiche o informazioni tecnico pratiche che possano dire con assoluta certezza cosa sia giusto fare o non fare con un figlio, o libri che possano spiegare come non sbagliare mai.

 

      Col grande Bruno Bettelheim possiamo confermare che “nel lavoro di crescere i figli, le cose importanti si fanno momento per momento, mentre accadono i fatti della vita. Non esistono lezioni né momenti specifici per imparare”.

 

      Fare il genitore è, pertanto, un’ “impresa creativa” che si formula in modo soggettivo, che nasce dal confronto delle esperienze della propria vita e stili comportamentali acquisiti empiricamente, si evolve attraverso la consapevolezza delle proprie modalità relazionali e comunicative e si consolida nel riconoscere il cambiamento (visto, appunto, come aspetto caratteristico di qualunque crescita) come una risorsa, e non come aspetto negativo.

 

      In questo senso, abbiamo da ricordare sempre che la comunicazione è molto importante nel rapporto genitori-figli poiché è una conditio sine qua non, fondamentale e indispensabile della vita umana e dell’ordinamento sociale.

 

      Ma per comunicare nella relazione coi propri figli abbiamo da ascoltare i loro bisogni per salvare insieme a loro anche gli adulti e così l’umanità. [Qui apro una parentesi, per spiegare cosa intendo per “salvare insieme ai figli anche gli adulti e l’umanità”: Ogni cosa che noi facciamo, in bene e in male, è imitata, presa e appresa dai minori e le acquisizioni fatte che si porteranno dietro, caratterizzeranno la loro vita futura e la vita di coloro coi quali entreranno poi in relazione, ivi compresi quelli che saranno li loro figli].    

Per riuscire a fare questo, credo sia necessario imparare ad ascoltare i propri bisogni e a riconoscere e distinguere le proprie emozioni da quelle dei bambini.

 

      Per ascoltare le emozioni dei propri figli è indispensabile tener conto del fatto che, nella crescita umana, intervengono un insieme di fattori, quali: l’unicità del figlio e il suo personale modo di rispondere agli stimoli; l’unicità dei genitori che si pongono di fronte al proprio figlio con il loro peculiare modo d’essere; infine, l’unicità della loro interazione dovuta al particolare incontro di quel determinato individuo con quei genitori.

 

      Questo significa che il processo di crescita è molto complesso e va al di là di semplici interazioni causa-effetto del tipo “Se attiverò questo comportamento, otterrò questa reazione”.

 

      Molto importanti, sono i comportamenti, gli atteggiamenti e gli stili che i genitori possono dare a loro stessi e al figlio, al fine di facilitare un “sano” sviluppo di quest’ultimo e una loro efficace interazione.

 

      Ci sarebbe davvero tanto ancora da dire, in un discorso che è davvero impossibile esaurire in poche parole: è pur vero, tuttavia, che il messaggio principale che io vorrei inviare tramite questo articolo, è che, proprio come si evince dal titolo stesso, è necessario sapersi prender cura di sé, per potersi prender cura dei propri figli e, soprattutto, che se è vero che è importante conoscere le fasi di evoluzione dei propri figli, caratterizzati da determinati bisogni e mete di sviluppo differenti per ogni fase; è altrettanto vero che è necessario tener conto dei comportamenti che aiutano i figli ad attraversare quella determinata fase evolutiva definiti “compiti” dei genitori verso i figli stessi; e, ancora, conoscere i potenziali problemi dovuti ad un’inadeguata genitorizzazione, evidenziando gli interventi che possono, invero, sortire effetti positivi sulla crescita. È, inoltre, vero che i GENITORI hanno da ricordare e considerare e mai da metter da parte, i PERMESSI che hanno bisogno di dare a se stessi e i bisogni che è importante soddisfare, per essere in grado di avere cura dei propri figli nel momento in cui ri-sperimenteranno insieme a questi ultimi, quel determinato stadio di sviluppo.

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Dai problemi familiari ed educativi tradizionali a quelli moderni

Compito naturale di una famiglia dovrebbe essere di creare e formare individui adulti e autonomi, capaci di staccarsi dalla famiglia stessa  e andare per la propria strada. Questo è, quantomeno, il percorso naturale attuato nelle famiglie della società che precedeva la nostra. Oggi, però, si può affermare che questo non si verifica, da quanto emerge anche dalle indagini sociologiche.

      Un'indagine dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) rileva, infatti, che l'Italia possiede il primato della più alta percentuale di giovani che permangono a vivere nella famiglia d'origine anche in età avanzata, rispetto agli altri Paesi industrializzati.

      Il rapporto genitori-figli si chiude sempre più in tale circolo vizioso e, quanto più i genitori tendono a sostenere i propri figli allo scopo di facilitargli la vita, tanto più i figli permangono in famiglia, alimentando la complicità dei genitori che giustificano tali situazioni con spiegazioni di natura sociale (non c'è lavoro), economica (non riescono a pagarsi l'affitto), e così via. E, col passar del tempo, si crea una sorta di rapporto basato sul non poter fare a meno gli uni degli altri in una logica né con te, né senza di te.

     Base di questo status di cose è il passaggio ad una ideologia di famiglia moderna e antitradizionale che ha sostituito la vecchia logica familiare. Un'iedologia basata sulla convinzione secondo la quale "ciò che è stato fatto in passato non si deve più fare". Da qui la messa in discussione anche del senso educativo tutto proprio dei rapporti tra genitori e figli e la loro sostituzione con modelli e culture nuove. Ciò che si è venuto a creare è un ribaltamento che ha visto  la messa in discussione della cultura e dei modelli educativi del passato, troppo autoritari e deprivanti affettivamente e relazionalmente, verso un modello educativo democratico, amichevole e improntato al permissivismo. In ultima analisi, i nuovi genitori, per farsi ascoltare e seguire dai propri figli, non utilizzano più il ruolo e l'autorità, ma chiedono spiegando.

      Si prova ad utilizzare il principio di uguaglianza e circolarità funzionante nei rapporti sociali e morali, ma non funzionante nel contesto familiare. Il rapporto tra genitori e figli, infatti, non è reciproco ma gerarchico. Modificare questo tipo di relazione è come mistificare la realtà stessa creando un paradosso, politicizzando un contesto che non è basato su regole politiche e ideologiche ma sistemiche e relazionali.

      Il principio democratico antiautoritario e permissivo, divenuto un vangelo pedagogico, ha anche portato alla ricerca di un colpevole ogniqualvolta che qualcosa non va, piuttosto che capire e cercare soluzioni, persuadendo ad esser deboli, a non intervenire, a lasciare che i figli facciano ciò che vogliono senza imporre ma spiegando e convincendo. In tali modo i genitori son resi colpevoli nelle pagine dei giornali, nei media, nei libri di psicologia e pedagogia. Per contro, i figli non son mai colpevoli di niente, nemmeno quando si ribellano o compiono atti deliquenziali, comportamenti questi le cui cause son ricercate nei genitori o  nella socità o nella disumanizzazione. In tal modo i genitori assumono atteggiamenti e posizioni deboli e prive di autorevolezza.

      Il rapporto tra genitori e figli è stato trasformato facendolo passare da verticale e strutturato con al vertice i genitori e alla base i figli, a un rapporto antiautoritario mascherato in democratico, che sfocia nel permissivismo più assoluto ove i genitori si astengono da un qualunque tipo di intervento o, se tale intervento c'è, è alquanto debole.

      Ora la struttura familiare pone tutti allo stesso livello con uno stile educativo che non educa ma che costruisce personalità arroganti, insicure, prepotenti e incapaci di assumersi le proprie responsabilità. Il rapporto genitori-figli non può esser basato sulla reciprocità, l'amicizia, sull'avere dai figli l0adeguamento a compiti e doveri senza però chiedere, ma sul dover dare per poi aspettarsi di avere. Il genitore non è e non può essere l'amico o il compagno: può solo essere colui che guida.

      Dipendendo dall'adulto, ai figli servono regole chiare e  un contesto in cui  la realtà non è misitficata. I genitori devono essere persone ferme che sanno ciò che fanno e stabiliscono cosa si può fare e cosa no. Lasciare le decisioni ai figli non aiuta i figli. Spiegare ad esempio ad un figlio che studiare è per lui utile al fine di avere un livello culturale e professionale adeguato, il più delle volte non è utile perchè a quell'età ciò che si vuole è, essenzialmente, evitare la fatica e l'impegno.

      Altra soluzione che i genitori tentano d'usare è cercare con tutte le loro forze di diminuire, azzerare, le difficoltà dei figli, iperproteggendoli convinti che ciò li prepari meglio alla vita. Fenomeno di estrema negatività che porta il termine  dell'adolescenza non all'età canonica, ma allungandola fino ai 30-35 e anche 40 anni. Solo così i figli stanno sotto il tetto dei genitori giustificando ciò con la precarietà e le difficoltà esterne che sono avvalorate dai genitori che continuano a proteggerli e sostenerli.

      In questo modo i figli approfittano di tale situzione usando la casa come un albergo ove sfamarsi, dormire, entrare e uscire senza dovere alcuno; i genitori, dal canto loro, continuano a sistemar loro la camera, preparano i pasti, lavano la biancheria senza imporre nessuna regola.

      Il tutto è dato gratuitamente ed è preso come se fosse sempre poco. E, quanto più i figli si abituano a ricevere senza contropartita, tanto più diventano esigenti e scontenti, protestando per ciò che hanno e che, secondo loro, spetta loro di diritto.

      Ma diventare adulti impone un cammino, la rinuncia al proprio delirio di onnipotenza, al proprio egocentrismo,  a occupare il centro del mondo obbligando gli altri a ruotare intorno, impone la rinuncia al principio del piacere associando ad esso quello del dovere. Diventare adulti è ridimensionale le pretese infantili, poiché per soddisfare i propri desideri, bisogna lavorare, metterci impegno, fatica.

 

      Laborit (1982) sostiente: la felicità è la successione della capacità di desiderare, di agire per raggiungere lo stato desiderato e, infine, dopo aver goduto dell'averlo raggiunto, il desiderio di ricominciare.

      In tal senso la funzione genitoriale  fondamentale, in quanto fa sì che i figli sperimentino fin da piccoli la realtà vera, non lasciandoli nel limbo della protezione eccessiva sostituendosi a loro e impedendo loro di scontrarsi concretamente e costruttivamente con le difficoltà della vita.

      Compito dei genitori, allora, è di lasciare che i figli vadano incontro alle cose, ricevendo quei piccoli colpi che rendono forti. Tante piccole difficoltà servono a formare e rafforzare il carattere. Per i genitori è più semplice dire di si, cosa più facile e gratiicante, che rende simpatici, e fa ottenere approvazione ed entusiasmo.

      Da qui l'eliminazione del conflitto tra genitori e figli: quanto più sapranno dire di no, tanto più i figli dovranno ribellarsi e dovranno criticare i genitori stessi. Questo sarà il segno della forza e della salute del rapporto. Il figlio che si ribella alle direttive del genitore è un figlio che si comporta secondo l'ordine mentale delle cose; una persona che lotta per cercare di ottenere i benefici senza fatica, impegno, doveri e fatica con genitori deboli che cedono e danno senza richiedere alcun impegno, permettono al proprio figlio di imparare l'arte di ottenere solo chiedendo e facendo la voce grossa.

      Esser genitori fermi, che impongono, che dicono di no, chiedono e danno solo se c'è impegno e volontà è una forma di rispetto per i propri figli, nonché d'amore. Un amore giusto, responsabile. Ciò che ultimamente vedo verificarsi è che i genitori nell'idea di dover amare e dare continuamente, cadono continuamente nel giustificare tutto con la parola amore. Laborit (1982) afferma: Con questa parola si spiega tutto, si perdona tutto, si accetta tutto... è la parola d'ordine che apre i cuori , i sessi, le sacrestie e le comunità umane.

      L'amore responsabile dei genitori deve essere un amore molto controllato, che tenga sempre conto dei ruoli e che funzioni da orientamento e guida. Se questo è necessario con i figli che non hanno problemi, ancor più lo è con quelli che, invero, ne presentano. Uno fra gli errori maggiori quando, ad esempio, un figlio inizia a presentare segnali di disagio è di adottare un amore più comprensivo, aumentando le prove e le manifestazioni di affetto verso di lui. Tale atteggiamento è dettato dalla convinzione che l'unico modo per riportare il figlio sulla giusta via sia comprenderlo, dargli affetto più di prima e dimostrazioni chiare e dirette dirette di tenerezza e comprensione.

 

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La terapia della coppia

La terapia di coppia è una forma di terapia che lavora prevalentemente sulla relazione e, proprio per questo motivo, l’approccio che maggiormente si presta ad un simile percorso  è quello sistemico relazionale che focalizza la sua attenzione su tutti quei meccanismi, all'interno delle relazioni tra persone, che generano dei comportamenti significativi.

In questi ultimi anni la psicoterapia di coppia è diventata un’esigenza sempre più comune: molte persone si sentono paralizzate da tutta una serie di problematiche, presenti all’interno della loro relazione, che conferiscono un profondo stato di malessere ad entrambi e a cui, da soli, per quanti sforzi  si facciano, non riescono a trovare una soluzione efficace.

Il costante aumento di tale fenomeno è dovuto al fatto che è cresciuta la sensibilità verso certi aspetti complessi e diffusi che caratterizzano le relazioni di coppia: i ruoli maschili e femminili non sono più ben definiti come prima e ingenerano negli individui disorientamento e confusione; l’eccessiva presenza o l’assenza della propria famiglia d’origine esercita un peso non trascurabile sulla coppia; l’educazione dei figli spesso si trasforma in una sfida che mette a dura prova il legame tra i genitori.

La modalità di relazionarsi dei due partners può diventare sempre più aggressiva e litigiosa o sfocia in una progressiva forma di allontanamento che ha come risultato l’indifferenza, nell’illusione che quest’ultima ci permetta di soffrire di meno. Ogni piccolo gesto o parola diventa fonte di malcontento o un pretesto di litigio e la quotidianità, in tutte le sue manifestazioni, comincia a trasformarsi in disagio, intolleranza, insoddisfazione, conflitto di coppia.

In altre circostanze, invece, uno o entrambi i partners si ritrovano a non essere più coinvolti emotivamente dall’altro, a perdere interesse per la persona che hanno affianco senza capire come siano arrivati a questa situazione, eppure non riescono a staccarsi da colui o colei  che fino a quel momento hanno amato, arrivando, in alcuni casi, ad una vera e propria dipendenza affettiva. In molti casi di conflittualità, all’interno della coppia, l’altro non è visto più con gli stessi occhi, si comincia a diventare insofferenti verso qualsiasi manifestazione del carattere del partner e il legame risulta sempre più compromesso, col rischio di arrivare al tradimento.

Alcune coppie hanno consapevolezza del proprio disagio e ciò le spinge a maturare una richiesta d’aiuto congiunta che consenta di intraprendere un percorso terapeutico insieme.

In molti casi, le difficoltà della vita insieme, insorgono durante periodi in cui la coppia va incontro a cambiamenti fisiologici, ovvero nel passaggio dal fidanzamento al matrimonio, durante la nascita dei figli, l’educazione dei figli, nell’affrontare scelte di vita impegnative (la lontananza/vicinanza dalla rispettive famiglie d’origine, un investimento importante, coltivare interessi personali che richiedono di passare più tempo fuori casa, un trasferimento per motivi di lavoro), di fronte al pensionamento, ad un grave lutto…e allora la coppia può scegliere di farsi carico, insieme e alla pari, del suo disagio e rivolgersi ad uno specialista.

Capita anche frequentemente che le coppie chiedano di essere aiutate nel loro ruolo di genitori: di fronte a bambini o adolescenti che mettono in crisi le competenze genitoriali suscitando nei coniugi un forte senso di impotenza, frustrazione, rabbia. In queste circostanze, scegliere di cominciare un percorso di coppia, può avere risvolti positivi su tutta la famiglia, migliorando la qualità delle relazioni all’interno di tutto il nucleo familiare, oltre al benessere individuale.

 

In altre situazioni invece, le coppie possono necessitare di un aiuto nella gestione del rapporto con le proprie famiglie d’origine magari troppo intrusive nella vita dei due partners o complesse nel modulare le distanze dai figli. Anche in questo caso, una terapia di coppia può costituire un valido aiuto in grado di influenzare favorevolmente i rapporti con i rispettivi parenti.

Perché, se è presente una crisi della relazione,è meglio chiedere una psicoterapia di coppia e non una terapia individuale?

La richiesta d’aiuto congiunta o di coppia costituisce un segno della volontà di arginare un processo degenerativo in corso all’interno della relazione. Accade frequentemente che uno dei due partners, prima di arrivare a proporre una terapia di coppia, abbia tentato di risolvere il suo disagio attraverso un percorso individuale ma, nonostante questa esperienza possa aver prodotto una qualche forma di consapevolezza rispetto alla situazione, non è riuscita a risolvere le problematiche inerenti alla coppia. Questo fenomeno è spiegabile con il fatto che il “luogo” migliore per lavorare sulla relazione di coppia è proprio la coppia ovvero la presenza, in terapia, di ambedue gli individui coinvolti nel rapporto, poiché sono proprio loro due che danno vita a quel tipo di legame. La soluzione interpersonale ad un malessere della coppia diventa senza ombra di dubbio la strada più adatta ed efficace.

 

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