Gli adolescenti e la famiglia

Essere genitori di adolescenti è diverso e più complicato che essere genitori di bambini.

L’adolescenza dei figli non ne trasforma solo il corpo, la mente, i rapporti con gli altri; essa trasforma anche l’identità dei loro genitori, avviando una lunga fase di ricontrattazione dei ruoli e delle relazioni familiari, spesso né facile, né indolore.

Un genitore può sperimentare disagio nell’educare in relazione alla scarsa conoscenza di se stesso e del proprio figlio. Con il presente lavoro si vuole fornire uno stimolo per riflettere sulla propria funzione educativa e sulle modalità di interagire con i figli.

Fin da quando ci si prepara a diventare genitori si comincia ad assumere un ruolo, a recitare una parte, dimenticando di essere una persona. Può accadere che si assumano dei particolari atteggiamenti (“non devo mai mostrarmi arrabbiato” oppure “devo riuscire a farlo felice”), perché si crede che i genitori debbano comportarsi in quel modo. Queste persone, diventati genitori, sentono di dover essere sempre all’altezza della situazione, di dover sempre amare i figli, di dover essere sempre accettanti e tolleranti senza condizioni, di dover mettere da parte i propri bisogni e sacrificarsi per i figli, di dover essere giusti in ogni circostanza e, soprattutto, di non dover ripetere gli errori dei propri genitori

La consulenza svolta in diverse scuole e privatamente, mi ha portato ad incontrare genitori in difficoltà nella relazione con i propri figli.

L’esperienza maturata nel campo della relazione d’aiuto con l’adolescente in crisi, mi ha fatto riflettere sull’assoluta necessità di riuscire a collaborare con i genitori. Agire sulle loro risorse per ampliarle al fine di accrescere le loro capacità educative, può rappresentare un vitale contributo al ben-essere dei bambini e degli adolescenti. Credo di non esagerare affermando che ogni intervento di prevenzione primaria con adolescenti dovrebbe coinvolgere, piuttosto che escludere, i genitori, riconoscendogli il ruolo di parte integrante nel sistema famiglia-con-adolescenti che si sta trasformando.

La collaborazione con i genitori, il favorire la scoperta delle loro competenze, è l’oggetto dei corsi formativi per genitori realizzati, da un decennio circa, in alcune scuole romane. Questo lavoro vuole essere un’integrazione teorica di quanto viene discusso negli incontri, arricchito dagli stessi contributi dei partecipanti.

La sensazione di impotenza e di inadeguatezza è il sentimento che più spesso mi portano nelle consultazioni psicologiche i genitori. Il loro vissuto di incompetenza è il frutto dell’identificazione che avviene con il figlio. Il genitore arriva a sentire come propria quella sofferenza che il giovane vive nelle prime esperienze, avventurandosi da solo, all’esterno della famiglia. La possibilità di uscire dal senso di impotenza, di smettere di arrabbiarsi con se stessi e di caricarsi di sensi di colpa è collegata allo smettere di cimentarsi in imprese impossibili. I genitori non possono controllare il destino, né forzare le decisioni, ma possono sicuramente incidere nella costruzione dell’autostima dei figli, fornendo loro esperienze di vita positive.

La constatazione dell’irripetibilità dell’umano, dell’unicità dei bisogni e dei contesti di provenienza, diversi per ogni singola famiglia, hanno fatto venir meno l’utopia di un modello educativo universalmente valido.

Il concetto che non esista un formula magica, definitiva e sempre applicabile, è da intendersi come risorsa e non come limite, come accade a quei genitori che vorrebbero delle risposte alla domanda: “Come devo comportarmi dottoressa?”

Il primo ed il più importante educatore del figlio è il genitore. L’obiettivo che mi propongo è quello di valorizzarne il ruolo favorendo una maggior fiducia nelle sue risorse, utilizzando i momenti critici con i propri figli, cercandone il significato attuale, che, molto spesso, ha origine nel suo passato.

Comprendere per un genitore un semplice concetto come “è sano cambiare”, applicandolo a se stesso in prima persona, permette al figlio di uscire dallo stallo di una crisi. Essa corrisponde ad un momento di blocco che sta indicando la difficoltà del ragazzo di prendere delle decisioni (krisis dal greco = giudicare, scegliere), laddove sente la sua sperimentazione come dolorosa e pericolosa, in modo da poter ripartire verso il futuro.

Educare è, in fondo, essere in perenne ricerca, stare all’interno di un dinamismo di crescita e di autoeducazione. La prima qualità per essere educatori non è, infatti, quella di avere raggiunto la propria maturità e di ritenersi pronti per educare, ma è piuttosto la disponibilità ad un azione educativa su di sé.  È la capacità di ricercare sempre le soluzioni più adeguate in quel momento, per quel ragazzo, in quella situazione, ben sapendo che ricette o soluzioni a priori non esistono.

 

 

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