La psicoterapia infantile

La psicoterapia infantile è l’occasione umana e tecnica offerta dal terapeuta al bambino perché egli possa:

  •       stabilire un buon rapporto con una persona particolare;
  •       avere la possibilità di esprimersi liberamente per ottenere una liberazione di realtà emotive e cognitive solitamente represse;
  •       prendere coscienza dei conflitti e penetrare a fondo nell’inconscio;
  •       realizzare un buon contatto con l’ambiente e sublimare le tendenze istintuali sintomatiche.

Quali le funzioni del terapeuta?


Il terapeuta non è la “madre buona” che sostituisce la madre vera e di cui molti autori parlano, né la figura significativa che ne sostituisce un’altra come il padre, il maestro, il medico.

Il terapeuta è un professionista che fa terapia rapportandosi da adulto, al bambino e usando tecniche – soprattutto ludiche, ma anche verbali – che gli consentono di conoscere il bambino, di interagire con lui per portarlo a chiarire le situazioni conflittuali nevrotiche o psicotiche, che vive.

Si potrebbe usare l’espressione della “madre buona”, ma solo in riferimento all’ “ambiente relazionale” nel quale si struttura l’ “alleanza terapeutica” tra il professionista e il bambino.

Si tratta di un ambiente autenticamente caldo, accogliente e non giudicante, nonché elastico e in funzione dei ritmi e delle necessità di quel particolare bambino in quel particolare momento della sua vita.

Attraverso l’alleanza terapeutica che il professionista instaura col bambino, può esserci la crescita e, talora, la ricostruzione della fondamentale fiducia di base. La percezione del Sé è, infatti, la base su cui le risposte e le sensazioni, i pensieri e i comportamenti provocati dall’ambiente, acquistano significato.

Per tale ragione è necessario che il bambino prenda coscienza della propria realtà intrapsichica, riflettendo su come vede il mondo e gli altri intorno a lui, per poter meglio agire e interagire con l’ambiente nel quale vive. L’alleanza terapeuta, allora, consente quel particolare clima utile alla maturazione interiore del bambino attraverso il giusto sostegno terapeutico, quale barriera protettiva, flessibile e, nel contempo, salda, che aiuti i bambini a procedere senza paure nella ricerca dei nuovi adattamenti alle realtà e alle esperienze che vive.

Il terapeuta, a ben vedere, ha da dare il giusto sostegno con un’adeguata preparazione tecnica, con doti umane di empatia e amore per l’infanzia, doti radicate profondamente in lui che permetteranno al suo atteggiamento d’essere percepito come accettante, gratificante, accogliente nella situazione terapeutica.

L’amore è, in ultima analisi, la condicio sine qua non di ogni psicoterapia infantile che ogni terapeuta, insieme ai genitori, ai maestri e chiunque sia in contatto con l’infanzia, deve avere al fine di garantire una crescita equilibrata e serena.

“La psicologia e la psicoterapia come scienza, sono dichiaratamente interessate all’uomo, ma non sono principalmente interessate al malato, bensì all’uomo in quanto tale” (Binswanger, 1956) e al bambino in quanto tale.

Ed è proprio al bambino come “persona” il soggetto del metodo psicoterapeutico; un bambino considerato nel suo relazionarsi soggettivo e oggettivo agli aspetti dell’ambiente che lo circonda e alle persone che ne fanno parte. Il terapeuta, si rapporta così all’infante come “persona-nel-suo-mondo”, come soggetto della sua realtà.

Il bambino ha il diritto di avere una realtà caotica nel momento in cui non è riuscito a costruirsi una realtà diversa. Non va trattato come soggetto facilmente manipolabile dall’adulto e il terapeuta sapendo questo, agisce inducendo alla normalità il bambino per il quale funge come modello.

Questo è, purtroppo, l’errore nel quale incorrono molti insegnanti, genitori e terapeuti infantili, che utilizzano la repressione data dal potere educativo che gli è dato, difendendo gli adulti dai conflitti che, inevitabilmente, son prodotti nella relazione adulto-bambino.

Una difesa che – attraverso il “far del bene al bambino” – costringe entro schemi adattivi e comportamenti propri dell’adulto stesso. In tal modo, l’adulto, evita la fatica e il rischio della continua messa in discussione di tali schemi, interferendo con l’equilibrio interiore, dinamico, flessibile della crescita del fanciullo.

Si tratta, dunque, di tener in considerazione in modo quasi simultaneo, tutto ciò che concerne l’esistenza del bambino e che contempla l’essere in relazione con altre persone le quali hanno un mondo proprio, propri bisogni, fallimenti, delusioni che, sovente, emergono con ipervalutazioni o iperstimolazioni del bambino stesso.

 

La terapia ha come finalità anche quella di tener presente tali realtà, tali mondi propri delle persone che sono in relazione col bambino, per far sì che il terapeuta non finisca per “aggiustare la barchetta (il bambino) che imbarca l’acqua di un mare più o meno agitato”, ma consideri l’acqua imbarcata come fragilità della barchetta, come forze funzionali o disfunzionali che favoriscono i suoi movimenti, le “correzioni” da apportare, senza dimenticare il mare che ha contribuito a produrre talune situazioni di sofferenza e difficoltà.

 

Il tutto per favorire la ripresa della navigazione della barchetta stessa, in acque sicure e verso la giusta direzione in modo autonomo.