Patologia del gioco d'azzardo

Il gioco d'azzardo ha, in sé, due tipologie differenti di realtà: una relativa all'attività nella quale le persone esaltano, ricreano e trasfigurano la realtà stessa; un'altra, invero, che racchiude sofferenza e problemi che rendono la vita intollerante dal punto si vista sociale, personale e familiare.

Il gioco d'azzardo, a ben vedere, è una medaglia e, come tale, consta di due facce che si contraddicono tra loro: in una vi è il divertimento; nell'altra mera preoccupazione. Ed è proprio la preoccupazione a fare figura, in particolare, in questi ultimi (ma non, proprio, ultimissimi) tempi.

Una preoccupazione che finisce per non lasciare spazio ad altro e che si riverbera, inevitabilmente, sul piano morale e legale ed è, anche, relativa all'ambito clinico, laddove il gioco diviene una vera e propria patologia.

Sono sempre più diffusi ed evidenti, infatti, i casi di ludopatia che rimandano a situazioni di compromissione (psicologica, economica, sociale), di escalation, di ossessione e compulsione e divenendo una vera e propria dipendenza.


Tale dipendenza ha profondi, dolorosi e pesanti costi sia umani, sia sociali. In tal senso e in una siffatta situazione compromettente e compromessa, il gioco passa dall'essere un'attività frivola, appagante, gioiosa, liberatoria e salvifica della routine quotidiana [1], all'essere una dimensione alla quale la persona è completamente sottomessa e che non ha nulla di gioioso, magico e liberatorio.

Giocare dovrebbe coincidere con l'interruzione della routine, dunque, col prendersi una pausa e alleggerire il peso delle attività quotidiane che, sovente, risultano pesanti, disagevoli e affatto funzionali al benessere delle persone.

 

Tuttavia, purtroppo, la dimensione ludica è sì coinvolgente da trasformarsi in una attività rischiosa come - appunto - quella del gioco d'azzardo. 

E, mentre un tempo il gioco d'azzardo era considerato elitario perché proprio di una fascia della società, ora è - molto semplicemente - quello che alcune persone (troppe, ormai) che giocano il proprio stipendio - e non solo - al bar sottocasa.

 

Nel parlare di gioco d'azzardo si parla di scommesse, ove le persone tendono a sfidare il destino.

L'Italia è stata da sempre un Paese dedito alle scommesse: dai casinò, ai giochi più popolari come il Lotto, il Superenalotto, il Totip, il Totocalcio, il Gratta e Vinci, fino ad arrivare ai videopoker, ai casinò online e alla Borsa online.

 

Ora, si è arrivati ad un fenomeno che ha raggiunto una tale dimensione patologica - abituale - che anche nel DSM è annoverata come entità patologica specifica, come una malattia.

Ludopatia
Ludopatia

[1] "Il gioco rassomiglia a un'oasi di gioia, raggiunta nel deserto del nostro tendere e della nostra tantalica ricerca. Il gioco ci rapisce. Giocando siamo per un po' liberati dall'ingranaggio della vita, come trasferiti su un altero mondo dove la vita appare più leggera, più aerea, più felice" (E. Fink).

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Gli oncologi vanno a «scuola di empatia»

Saper comunicare con i pazienti e capire le loro angosce migliora la reazione alle terapie. Lezioni di base in un cd MILANO – Spesso non hanno tempo, intrappolati fra i mille impegni dell’attività in corsia, ma molti oncologi e chirurghi hanno capito l’importanza della comunicazione con i pazienti. Anche quando vorrebbero prestare ascolto alle preoccupazioni dei malati, capita però che non sempre siano preparati al meglio, specie se si tratta di gestire e indirizzare le loro emozioni. Incomprensioni e difficoltà nel governare l’emotività sono una «minaccia» costantemente dietro l’angolo. Per aiutare i medici a interagire con paure e ansie dei malati ricercatori americani della Duke University hanno sviluppato un nuovo metodo d’allenamento interattivo, presentato sull’ultimo numero della rivista Annals of Internal Medicine. «Nella relazione medico-paziente l’atteggiamento empatico del medico gioca un ruolo fondamentale – commenta Paolo Gritti, professore di Psichiatria e direttore del Master in Psiconcologia alla Facoltà di Medicina della Seconda Università di Napoli -. Un medico empatico fa sentire a proprio agio il paziente e lo mette nella condizione di esprimere con maggiore sincerità i propri stati d’animo. Ne consegue una migliore alleanza terapeutica, che permette di ottenere i migliori risultati possibili sia nelle cure che per la qualità di vita dei malati». A LEZIONE SUL CD – Studi precedenti hanno dimostrato come gli oncologi sappiano reagire con empatia sono in un caso su quattro. Molto spesso, quando i pazienti comunicano le proprie angosce, i medici tendono a spostare l’argomento sulle terapie piuttosto che dare risposte in merito ai loro timori. Nell’incapacità d’interagire sulla sfera emozionale è come se mandassero il messaggio: «Mi spiace, ma non siamo qui per parlare di questo». Oggi diversi corsi possono insegnare agli oncologi come affrontare le emozioni dei loro assistiti ed esistono lezioni simulate con la partecipazione di attori. «Ma sono metodi costosi e che richiedono molte ore – dice James A. Tulsky, responsabile del Centro di cure palliative alla Duke e autore della ricerca -. Per questo ho creato un Cd Rom che sia utile a raggiungere lo stesso obiettivo in poco tempo e con costi decisamente minori». Il Cd fornisce le nozioni di base sulla comunicazione medico-paziente e spiega, ad esempio, come rispondere e comportarsi di fronte alle reazioni negative dei pazienti, come dare nel miglior modo cattive notizie o come condividere con loro le informazioni sulla prognosi. Secondo i risultati dello studio anche questo metodo (testato su 48 specialisti e durante i colloqui con 264 pazienti con un tumore in fase avanzata, videoregistrati e riguardati a distanza) è utile per migliorare le capacità empatiche dei medici, con una maggiore soddisfazione e fiducia dei pazienti. «L’empatia è un tratto di personalità del medico che può essere migliorato con brevi corsi specifici che includono seminari teorici ed esercitazioni pratiche – conclude Gritti -.

Questi programmi, in effetti, non sono sempre accessibili per mancanza di tempo e per i costi connessi, ma l’uso di nuove tecnologie (come i corsi via Cd) per la formazione e l’aggiornamento dei medici si diffonde molto rapidamente anche in Italia.

 

Vera Martinella (Fondazione Veronesi) 26 novembre

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Sostenere i familiari che assistono i propri cari

 

Lo slogan  “UN AIUTO A CHI AIUTA" permette di illustrare un tema sociale sempre più rilevante: in Italia, due famiglie su tre provvedono da sole all’assistenza di un familiare divenuto non autosufficiente o, comunque, bisognoso di cure; una scelta o necessità, talora vincolata dalla carenza di Servizi, che, per quanto volontaria e genuinamente incondizionata, può rivelare nel tempo tutto il suo faticoso carico.

Secondo le stime del Censis sono ormai circa due milioni gli italiani che nella loro vita hanno avuto una diagnosi di tumore, 4,1 milioni le persone disabili (pari al 6,7% della popolazione), 520mila i malati di Alzheimer, 220mila le persone colpite annualmente da ictus cerebrale (ovvero 25 persone ogni ora), 200mila i malati di Parkinson, 22mila all’anno gli italiani colpiti da lesioni cerebrali acquisite, di cui 9mila provocate da trauma cranico. Sono dati agghiaccianti a cui non corrisponde un’analoga crescita dei servizi socio-sanitari preposti alla presa in carico. La famiglia, non a caso, continua ad essere, per devozione o necessità, il luogo privilegiato della “cura”, ma si trova comprensibilmente ad affrontare un grado di coinvolgimento materiale, emotivo e relazionale tale da rendere ancora più complesso un evento critico già di per sé difficile da accettare.

 

Quanto può pesare la responsabilità delle cure familiari?


Aiutare un familiare malato comporta severe ripercussioni sulla vita di coloro che si prendono cura di lui: la complessità della cura, l’impegno costante, i costi emotivi e materiali, mettono a dura prova l’equilibrio psicofisico del nucleo coinvolto.

Alla dolorosa scoperta di un evento tanto doloroso quanto inatteso, si accompagnano vissuti emotivi intensi e contrastanti (quali rabbia, frustrazione, senso di colpa e inadeguatezza, impotenza, sfiducia, insofferenza), spesso sottaciuti, la cui elaborazione è frenata dall’impellenza di agire, e a cui possono sommarsi pesanti vissuti di solitudine o situazioni di chiusura e isolamento sociale.

In questi casi, l’accudimento del malato bisognoso può tradursi nel sacrificio di sé e dei propri spazi di progettualità, i propri rischiano di apparire inconciliabili con quelli del proprio caro: non è raro arrivare a sentirsi in colpa nei suoi confronti. Il tempo libero si riduce, come anche i momenti di riposo, gli altri familiari possono percepire vissuti di esclusione e manifestarsi conflittualità.

Infine, il sovraccarico fisico ed emotivo può sfociare, per il parente più direttamente coinvolto, in una cosiddetta “vulnerabilità da cura” (Costa, 2007), un grado di saturazione che può provocare sofferenza e disagio anche clinicamente significativo (somatizzazioni, ansia, depressione, ecc.).

 

Come prendersi cura di chi cura?


Il primo passo è non restare soli!

Il gruppo di sostegno per familiari impegnati nell’assistenza si sta diffondendo, anche nella realtà dell’automutuoaiuto, in qualità di strumento efficace nel contrastare i dolorosi vissuti sopracitati.

Esso risulta essere uno spazio adeguato per rendere il dolore narrabile e accogliere malessere e conflitti, un contenitore emotivo nel quale dare e ricevere “una mano”, dove indicare ad altre persone (che stanno vivendo il medesimo ruolo assistenziale, pur nella specificità delle situazioni) soluzioni alternative ed ascoltare analoghi suggerimenti laddove la condivisione di uno stesso bisogno permetta di «contenere la tendenza a confondersi con la cura e il curato» (Taccani, Giorgetti, 2010) e rigenerare risorse adeguate per affrontare la quotidianità con una marcia in più.

Ma ciò che risulta essere di maggior conforto nella partecipazione a questi gruppi è il poter esprimere l’ambivalenza delle emozioni: rabbia che si alterna a tenerezza, rifiuto della diagnosi che si sostituisce ad una lenta accettazione della realtà, disperazione che pian piano migra verso una sentimenti più tollerabili.

Ad un “percorso emotivo”, può, inoltre, affiancarsi un rinforzo delle competenze pratiche: «lo scambio di informazioni e strategie portate dalle singole esperienze dei partecipanti diventano un prezioso viatico per rispondere ai quesiti che la relazione col malato pone e per promuovere il benessere ed una rinnovata progettualità personale» (Canciani, 2009).

L’opportunità di incontro e scambio fra pari, in uno spazio di ascolto riservato e non giudicante, concede a chi sperimenta quella penosa sensazione di “apnea da assistenza” (Costa, 2007) un’oasi di condivisione in cui “espirare” la propria fatica traducendola in parole.

Per concludere con Stanley Cohen, premio Nobel nel 1986 per la Medicina con Rita Levi Montalcini: «Rita, tu ed io siamo buoni, ma insieme siamo meravigliosi! ».

 

BIBLIOGRAFIA

  • Taccani P. – “Famiglie che curano. I molteplici significati del curare” – In “Lavorare con gli anziani”, “Quaderni di Animazione Sociale”, Ed Gruppo Abele, 2004.
  • Costa, G. – “Quando qualcuno dipende da te” – Carrocci Editore, 2007.
  • Taccani P., Giorgetti M. – “Lavoro di cura e automutuo aiuto. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti” – Franco Angeli, 2007.
  • Canciani, M. – “Promuovere l’auto-mutuo aiuto per caregiver” – In “Prospettive Sociali e Sanitarie” n°2, 2009.
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Quando la persona "designata" non va in terapia.

La terapia indiretta

Il trattamento indiretto di pazienti con problemi di natura psicologica, è una pratica più diffusa di quanto si creda.

I motivi di tale diffusione sono molteplici, a cominciare dalla grande sofferenza di coloro che si collocano vicino a tali pazienti per motivi familiari o affettivi e che, per l'appunto, denunciano il problema divenendo veri e propri strumenti della terapia.

 

Generalmente, la richiesta di un consulto specialistico parte dai genitori o dai familiari che chiedono soprattutto aiuto-sostegno per la difficoltà, il disagio, il disturbo manifestato dal figlio, o per la loro incapacità di far fronte ad una situazione divenuta insopportabile. Il trattamento indiretto, in infanzia e adolescenza, è un tipo di intervento psicologico che prevede l'utilizzo di uno o più membri della famiglia come vera e propria leva di cambiamento e come risorsa principale per promuovere o ripristinare una situazione di benessere del minore e di tutto il sistema familiare. Spesso, l'azione indiretta della terapia – ovviamente se efficace – promuove un effetto benefico non soltanto sul paziente designato, ma anche sull'intero sistema implicato. Non sono pochi i casi in cui si assiste ad una vera e propria ristrutturazione dei ruoli, delle dinamiche relazionali, delle modalità comunicative di un sistema che precedentemente manteneva (inconsapevolmente) il problema.

 

Non di rado, più di un familiare e, a volte, l'intero sistema, è “ostaggio” del comportamento problematico di un unico membro. Il disagio si manifesta non solo a livello dei singoli, ma anche a livello dell'intero sistema. Ancora più frequentemente, l'incapacità di prendere o mantenere decisioni allineate da parte di genitori e/o familiari, consente di mantenere e quindi aggravare la situazione. Il paziente designato può manifestare resistenza al cambiamento, mantenendo più o meno consapevolmente un problema in virtù dei vantaggi secondari e della funzione che tale modalità percettivo-reattiva disfunzionale svolge per la persona stessa. Tali vantaggi e tali funzioni, purtroppo, nella maggior parte dei casi, sono prodotti proprio dal sistema stesso. Gli interventi di natura indiretta possono essere molti e possono essere molto efficaci ed efficienti, cioè promuovere benefici in tempi brevi. La difficoltà risiede nel trovare la giusta leva di cambiamento, nell'allineare il sistema nei confronti delle prescrizioni indicate, nell'adesione terapeutica.

 

Detto ciò, occorre specificare che, oltre ai casi in cui si presentano in terapia genitori o familiari di un paziente particolarmente resistente e che non vuole minimamente prestarsi alla seduta, la terapia indiretta può anche essere conseguenza di una vera e propria scelta del professionista. Non sono infrequenti i casi in cui, di fronte a parametri quali l'età o la marginalità del paziente, alla luce dei possibili danni che la diagnosi precoce e quindi il processo di etichettamento potrebbe recare sul paziente stesso, si preferisce agire su altre leve di cambiamento. Troppo spesso, ancora oggi, andare in terapia attribuisce alla persona una sorta di marchio da cui si fa fatica a scappare, soprattutto se attribuito in età precoce.

 

Come già ampiamente dimostrato dalla letteratura, etichettare una persona con una diagnosi più o meno precisa, significa strutturare il sistema ed i loro membri secondo modalità ancor più allineate a tale etichetta. La terapia indiretta consente, quindi, di prevenire il rischio di sommare ad un problema già presente, l’etichetta diagnostica di una possibile patologia che anziché risolvere il problema lo potrebbe solo aggravare. Ad esempio un bambino non deve essere etichettato, né come difficile, né come problematico. Tale diagnosi non farebbe altro che allarmare l'intero sistema scolastico e familiare, fino a promuovere pattern allineati a tale etichetta e a incrementare nel paziente designato ulteriori comportamenti “problematici”. La profezia tenderà ad auto-avverarsi. Diversamente, non venendo fisicamente in terapia, il bambino difficilmente potrà sentirsi problematico, e non sarà quindi esposto all'indagine del professionista. Anzi, il destinatario indiretto dell'intervento potrà, come per magia – attraverso i nuovi pattern comportamentali dei genitori (o di chi per loro) guidati dal terapeuta – esser indotto a cambiare modalità percettive e reattive.

 

La diagnosi è quindi importante comunicarla all’interessato solo quando non sarà più pericoloso farlo. In questi casi, come diceva il grande Ippocrate, è meglio primum non nocere .

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L'approccio psicologico breve e strategico

Il modello breve strategico è un approccio alla soluzione dei problemi psicologici fondato su un impianto teorico e prassi applicative in costante evoluzione.

 

L'approccio deriva dagli studi del gruppo di Palo Alto, poi messo a punto da Paul Watzlawick e Giorgio Nardone, presso il Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo.
Si tratta di un intervento breve, con un numero contenuto di sedute, che agisce a due livelli: elimina i comportamenti disfunzionali per i quali la persona ha cercato assistenza e produce un cambiamento nella modalità attraverso cui la persona percepisce e costruisce la propria realtà.
Questo modello, quindi, permette di ottenere un cambiamento radicale e duraturo, non superficiale e sintomatico.

Il consulente o terapeuta strategico si interessa di tutte e tre le seguenti aree:

- funzionalità o disfunzionalità del comportamento;
- vissuto emotivo della persona;
- modo di interagire e costruire la propria realtà.

Quando ci troviamo di fronte a una difficoltà – personale, relazionale o professionale - la prima cosa che ci viene da fare per risolverla è utilizzare una strategia che ci sembra appropriata, magari perché ha funzionato abbastanza bene in passato, in situazioni simili.
Talvolta, però, la strategia non funziona come vorremmo e questo ci porta a intensificare i nostri sforzi in tale direzione, come se la soluzione pensata fosse l'unica possibile.
Spesso, proprio lo sforzo ripetuto per risolvere un problema finisce per alimentarlo, ovvero: le tentate soluzioni messe in atto dal soggetto - e dalle persone vicine - finiscono per determinarne la persistenza.
Questi tentativi di soluzione spesso sono riconosciuti dall'interessato come non funzionali, ma nonostante ciò non si riesce a fare altrimenti. Alla lunga, si sviluppa sfiducia nella possibilità di cambiamento.
Da un punto di vista strategico, per determinare un cambiamento non è necessario individuare le cause originarie del problema (aspetto sui cui, peraltro, non si avrebbe più alcuna possibilità di intervento), ma scoprire come il problema si mantiene nel momento, grazie all'osservazione delle tentate soluzioni adottate.
Per questo motivo l'intervento strategico si focalizza fin dall'inizio sulla rottura del circolo vizioso stabilitosi fra tentate soluzioni e persistenza del problema, lavorando sul presente piuttosto che sul passato, su come funziona il problema piuttosto che sul perché esiste, sulla ricerca delle soluzioni piuttosto che delle cause.
Il fine ultimo dell'intervento strategico diviene così lo spostamento del punto di osservazione del soggetto dalla sua posizione originaria rigida e disfunzionale (che si esprimeva nelle tentate soluzioni) verso una prospettiva più elastica e funzionale, con maggiori possibilità di scelta.
In questo modo la persona acquisisce la capacità di fronteggiare i problemi senza rigidità, sviluppando un repertorio di diverse possibili strategie risolutive. Per giungere a quest'obiettivo nella maniera più efficace e rapida possibile, l’intervento strategico è di tipo attivo e prescrittivo e deve produrre risultati a partire già dalle prime sedute.
Se questo non avviene, il terapeuta è comunque in grado di modificare la propria strategia, basandosi sulle risposte date dal paziente, fino a trovare quella idonea per guidare la persona verso i risultati desiderati.

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Quando finisce un amore:

Il contenimento della conflittualità coniugale attraverso un modello di mediazione familiare orientata secondo l’approccio AT

Quando finisce un amore

Ogni anno un numero progressivamente crescente di coppie decide di interrompere il legame coniugale e avvia una procedura di separazione. I dati statistici relativi al nostro paese per l’anno 2007 (ISTAT, 2009) evidenziano che più di un matrimonio su 4 si conclude con una separazione, una percentuale raddoppiata rispetto al decennio precedente, ma decisamente inferiore se la si confronta con quanto accade in altri Paesi. Nella conclusione del legame di coppia, oltre agli ex-coniugi, sono coinvolti tutti i membri del nucleo familiare, ad iniziare dai figli fino alla rete di rapporti più o meno intensi e articolati con le famiglie di origine. Con la separazione, non mutano solo abitudini e organizzazioni, ma si modificano le trame della vita relazionale con la rottura di vecchi legami e la (ri)costruzione di nuovi equilibri (Todesco, 2009).

La separazione ed il divorzio sono regolati da precise disposizioni legislative che vengono progressivamente aggiornate e adattate al mutare dei costumi, delle condizioni di vita e delle conseguenti percezioni sociali su ciò che è normale, giusto, desiderabile fare.

Accanto a aspetti di natura giuridica, la conclusione di un legame di coppia ha profonde implicazioni di natura psicologica e relazionale, che inevitabilmente condizionano le procedure legali della separazione fino al punto di promuovere o all’opposto di ostacolare la definizione di soddisfacenti accordi fra le parti.

La dissoluzione di un legame amoroso attiva reazioni emotive molto intense che si ripercuotono sull’equilibrio degli individui e dei gruppi familiari. L’espressione di tali reazioni emotive risponde a regole familiari o culturali di tipo implicito o esplicito sull’opportunità di compartecipare la sofferenza, nelle forme di rabbia, dolore, impotenza, gelosia. La rottura del vincolo amoroso può essere vissuta e presentata come il risultato di una scelta personale, maturata con lo sviluppo di alcuni aspetti del Sé, oppure come la violazione fraudolenta di un accordo, il risultato di pressioni esterne, la conseguenza di uno stato mentale alterato. In alcuni casi le coppie si separano in modo pacifico, in altri manifestano un’intensa conflittualità con espressioni drammatiche come denunce e violenza agita. La fine di un amore ha da sempre ispirato poeti e scrittori e accompagna le nostre giornate con le note di molte celebri canzoni.

L’articolo presenta le principali risposte emozionali associate alla dissoluzione del legame di coppia ed alla separazione, così come sono emerse dal lavoro con coppie e singoli in contesti di psicoterapia e mediazione. Nell’esaminare le relazioni di coppia è stato utilizzato il modello dell’Analisi Transazionale (AT) che risulta particolarmente utile per comprendere in che modo le esperienze relazionali vengono interiorizzate fino a configurare aspetti specifici della personalità di un individuo e modalità coerenti e prevedibili di azione. Nel collegare il piano intrapsichico con quello relazionale, il modello AT fornisce importanti strategie operative che risultano efficaci sia per la gestione dei conflitti sul piano relazionale, sia per la risoluzione di blocchi emozionali delle persone coinvolte in un conflitto di coppia. Il modello AT viene utilizzato facendo riferimento alla teoria berniana (Joines & Stewart, 2000; Woollams & Brown, 1985) ed ai più recenti sviluppi del modello socio-cognitivo (Scilligo, 2009). Nella seconda parte, l’articolo discute l’importanza di un’efficace gestione del conflitto di coppia attraverso un intervento di mediazione familiare orientato secondo il modello AT.

 

Quando finisce un amore

La sentenza di un giudice che scioglie definitivamente il vincolo coniugale rappresenta un episodio puntiforme, ben diverso dalla complessità che l’esperienza soggettiva della separazione e del divorzio assumono sul piano psicologico e relazionale.

La scelta di porre fine a una relazione coinvolge una molteplicità di dimensioni, fra le quali si annoverano quella economica, sociale, affettiva.

Un legame coniugale impegna i partner in senso economico con la proprietà e il godimento di beni mobili e immobili. Gli aspetti economici possono agire da collante di un’unione, per esempio forzando i coniugi alla convivenza quando le condizioni economiche non permettono alternative, oppure all’opposto possono risultare un incentivo alla separazione.

La dimensione sociale della separazione chiama in causa le reti relazionali più estese, che coinvolgono le famiglie di origine, nonché la percezione e l’atteggiamento della comunità verso la separazione come è dato rilevare in un certo tempo. Ci sono pochi dubbi sul fatto che essere separati oggi, in Italia, configura un’esperienza ben diversa rispetto a quanto accadeva fino a un paio di decenni fa, quando la separazione, pur essendo ammessa sul piano giuridico, esponeva a varie forme di sanzione sociale, come la stigmatizzazione e

l’esclusione. Attualmente, la frequenza delle separazioni fa discutere gli esperti sul fatto che, nel ciclo vitale della famiglia, la separazione rappresenti un’esperienza normativa o patologica (Malagoli Togliatti & Montinari, 2002).

Sul piano affettivo, essere formalmente separati non implica tout court il fatto che i coniugi abbiano raggiunto una reale autonomia affettiva e la capacità di elaborare un piano di vita lontano da e senza il partner. Anche in presenza di una separazione legale, due persone possono conservare un legame affettivo molto forte che talvolta assume le forme del conflitto più esasperato. In modo paradossale, ma pienamente comprensibile in termini relazionali, è proprio grazie al conflitto che gli ex-coniugi intrecciano saldamente le proprie vite e (ri)costruiscono una relazione di coppia che li coinvolge nel tempo e nell’intensità dei sentimenti e comportamenti.

Al di là degli elementi giuridici e delle considerazioni economiche che accompagnano il percorso legale della separazione, esistono infatti delle dimensioni emotive che chiamano in causa alcuni bisogni fondamentali degli esseri umani per quanto concerne la costruzione e la dissoluzione dei legami interpersonali.

 

Il «noi» spezzato

Che cosa avviene all’interno di una persona nel momento in cui il legame con il partner si erode fino alla scelta della separazione? Pur nella complessità e varietà delle storie private in cui l’esperienza della separazione si articola, assumendo forme spesso uniche e non riproducibili, può essere utile tentare una riflessione che sintetizzi gli aspetti comuni ed il vissuto dei protagonisti.

La frattura di un legame di coppia non è, né potrebbe essere, una vicenda indolore e dà origine pertanto a risposte emotive molto intense, a prescindere dalle modalità in cui tale dolore viene espresso e comunicato. A tutti gli effetti, nella separazione osserviamo la dissoluzione di un progetto di vita comune (il «noi») in cui vengono coinvolte le singole unità che lo componevano.

Nelle parole di J. Morineau (2003), “la separazione rimane una delle esperienze umane più dolorose. Diventare estranei soprattutto a qualcuno che è stato prossimo, che si ama o che si è amato può provocare una profonda disperazione e far precipitare la vita di un individuo”. E più avanti: “la banalizzazione della separazione e del divorzio ci ha anestetizzati circa le disastrose conseguenze che essi possono implicare”. Il vissuto di perdita, di delusione, di rabbia e anche di disperazione che accompagna la fine di una relazione affettiva, nel contesto di una cultura che valorizza la libera scelta e un intenso coinvolgimento passionale, molto difficilmente può essere ricomposto sulla base di una semplice decisione razionale come quella di separarsi.

Assai illuminante è l’analisi proposta dalla sociologa Turnaturi (2000) sul tema del tradimento, intendendo con questo termine non esclusivamente il tradimento amoroso, ma il vissuto di deterioramento e frattura di un legame costruito sul «noi». Tradire (dal latino trado, consegno, cedo, do via) implica il concetto di un passaggio e presuppone una iniziale condivisione. “Il tradimento comporta sempre la fuoriuscita da un rapporto, da un insieme, ma non è tanto un’aggressione verso l’altro quanto un’azione diretta, più o meno intenzionalmente, alla distruzione di quella relazione o all’allontanamento di quel rapporto”.

La principale conseguenza di un tradimento è che colui che sente la propria relazione « tradita» dà avvio a una serie di risposte comportamentali ed emotive nel tentativo di riparare la sofferenza innescata dalla consapevolezza che la persona cui si è affidata la relazione (che coinvolge una parte del Sé) non ha adeguatamente corrisposto all’investimento emotivo, non ha onorato un impegno di fedeltà. Discutendo delle diverse forme in cui il tradimento si esprime e della sua ampia diffusione nella vita sociale, la studiosa si chiede come mai esso sia così temuto. La risposta: “Probabilmente è la stessa natura relazionale del tradimento a renderlo così temibile. Tradire significa sempre e comunque la rottura di un legame, la negazione del principio di coesione, una minaccia alla possibilità di ogni relazione. (…) Quando un Noi (sic) viene infranto, si teme che tutti gli altri Noi cui si appartiene possano crollare. L’incertezza prende il posto di ogni precedente sicurezza e tutto appare fragile, precario e illusorio”.

La scrittrice Elena Ferrante così descrive il vissuto di destabilizzazione emotiva che assale Olga, la protagonista del romanzo “I giorni dell’abbandono” nel periodo successivo all’allontanamento del marito: “I sensi erano ottusi, tra i timpani e il mondo, tra i polpastrelli e le lenzuola forse c’era dell’ovatta, un feltro, un velluto. Cercai di raccogliere le forze, mi sollevai sui gomiti cautamente per non lacerare il letto, la stanza, con quel movimento, o lacerarmi io, come un’etichetta strappata a una bottiglia”2 .

Per molte persone, la dissoluzione del « noi» assume le caratteristiche del palesamento, della scoperta anche drammatica dell’estraneità di chi ci vive accanto, che “non si è mai davvero capito”.

Nel film “L’amore infedele” (Unfaithful, 2002) i protagonisti Richard Gere e Diane Lane sono una coppia borghese di mezz’età, con una vita familiare appagante e molto unita. Insospettito da alcuni comportamenti bizzarri, il marito ingaggia un investigatore privato e scopre che la moglie intrattiene una appassionata relazione amorosa con un giovane amante. Il marito decide di recarsi a conoscere l’uomo e l’incontro si svolge nell’appartamento di quest’ultimo. Mentre i due discorrono in modo molto civile, il marito osserva tra gli oggetti presenti nell’appartamento una sfera di cristallo che lui stesso aveva donato alla moglie nell’occasione di un anniversario di matrimonio. Questa scoperta casuale innesca la sua furia omicida: non si tratta di un oggetto costoso, ma il valore altamente simbolico fa saltare il precario equilibrio emotivo di un uomo che si sente profondamente ferito.

2 E. Ferrante. I giorni dell’abbandono. Edizioni E/O, Roma, 2002.

 

Consideriamo la storia riportata qui di seguito:

|| Storia di Serena e Francesco

Serena e Francesco provengono da famiglie che si conoscevano e frequentavano da molti anni. Nel pieno dell’adolescenza, Serena rivendica una maggiore libertà di azione e contesta i modelli educativi familiari, giudicati troppo rigidi e soffocanti. La famiglia di Serena chiede esplicitamente l’aiuto di Francesco (di 8 anni più grande) perché “è un bravo ragazzo”. Francesco si impegna a “farla uscire, distrarla”, accompagnandola nelle occasioni del tempo libero. Tra i due sboccia una immediata intesa amorosa, accolta con molto favore da entrambe le famiglie. Giunta all’età di 18 anni, Serena decide di convivere con Francesco, che lavora e vive da solo. L’allontanamento di Serena viene accolto con profondo turbamento dalla famiglia di origine, che si sente doppiamente ingannata e tradita. Nei mesi successivi, nel rapporto fra Serena e Francesco iniziano a emergere contrasti e divergenze, al punto che Serena decide di tornare nella casa dei genitori nonostante aspetti un figlio. Negli anni successivi, il loro rapporto è scandito da alti e bassi. Anche su forte sollecitazione delle famiglie di origine, si riappacificano e si sposano. Serena si dedica alla cura dei bambini e al completamento degli studi universitari (si laurea in Giurisprudenza e prepara l’Esame di abilitazione all’esercizio della professione). Francesco svolge diverse attività nell’ambito di società di intermediazione finanziaria. Il tenore di vita della famiglia è molto alto: appartamento prestigioso in un quartiere-bene di una ricca metropoli, vacanze estive e invernali, barca ormeggiata in un porto turistico, autovetture di grossa cilindrata. Negli anni successivi, Serena dirà di non aver mai avuto informazioni precise sul lavoro del marito e sulle sue retribuzioni. Dopo un ennesimo periodo di crisi e conflittualità, nasce il secondo figlio che sembra cementare più saldamente l’unione dei coniugi. In un periodo di apparente stabilizzazione della coppia, subentra un evento che determina la richiesta di separazione da parte di Serena: il marito viene accusato di aver compiuto frodi finanziarie e subisce un’indagine penale. Le attività economiche di Francesco, si scopre, consistono in una serie investimenti spericolati che hanno causato la perdita dei soldi dei clienti che gli avevano affidato i propri risparmi. Si scopre che per far fronte alla richiesta di liquidità, Francesco ha allargato progressivamente la rete degli investitori, che ripaga con i soldi dei nuovi clienti, ricorrendo a operazioni anche illecite e a falsificazioni dei bilanci. Quando il castello di carte crolla, mettendo a nudo le difficoltà finanziarie della società di Francesco, Serena reagisce sentendosi ingannata e accusa il marito di averla intenzionalmente tenuta all’oscuro delle sue attività. Serena chiede una separazione giudiziale e cerca di impedire la regolare frequentazione di Francesco con i figli perché teme “l’influenza nefasta di una persona falsa e indegna”. ||

 

Nella storia che è stata riportata, il legame coniugale appare attraversato da tensioni e conflitti precedenti la richiesta di separazione, che giunge come ineluttabile necessità giustificata dal «tradimento». È interessante notare che non si tratta del tradimento così come viene più tradizionalmente inteso, cioè la ricerca di partner amorosi al di fuori del vincolo matrimoniale, ma del palesamento di una verità scomoda e difficile che investe all’improvviso la famiglia e la costringe a modificare l’immagine di sé e della propria solidità economica e quindi a riorganizzare le abitudini ed i piani di vita. Nella storia, il vissuto di tradimento si declina in una molteplicità di forme.

Innanzitutto, i genitori di Serena si sono sentiti traditi nel momento in cui Francesco, da tutore della figlia, viene percepito come il suo seduttore. Possiamo ipotizzare che ben prima del dissesto economico, la stessa Serena si sia sentita tradita da Francesco nelle sue aspettative di vita di coppia e nel suo desiderio di autonomia, dal momento che il loro rapporto, prima e dopo il matrimonio, è scandito da alternanze di fratture e riconciliazioni. Probabilmente, anche Francesco si sente tradito da una donna alla quale ha generosamente assicurato il proprio appoggio materiale e affettivo, consentendole di terminare gli studi e di vivere in condizioni agiate, e dalla quale viene allontanato nel momento della difficoltà. La crisi che si è aperta con i problemi giudiziari di Francesco mette a nudo una trama di relazioni vissute come non autentiche e manipolatorie, da cui Serena sente il bisogno di proteggere i figli.

 

Una breve considerazione riguarda il punto di vista di chi tradisce.

Esiste una letteratura molto ampia sugli aspetti psicologici del tradimento, che va certo oltre gli obiettivi di questo articolo3. Nelle coppie possono sussistere regole molto diverse per quanto concerne i vincoli di reciproca fedeltà, che riguardano non solo il soddisfacimento di bisogni emozionali e sessuali, ma anche la gestione del patrimonio, la pianificazione di progetti condivisi, i rapporti con le famiglie di origine, le opzioni educative verso i figli. Perché ci sia un tradimento, deve esserci un accordo almeno implicito sulle regole di coppia, la cui violazione espone al rischio di sanzioni (giudizio morale, riprovazione, richiesta di risarcimento). Dalle testimonianze raccolte fra persone che hanno commesso un tradimento (per esempio, la ricerca di un partner amoroso e sessuale all’esterno della coppia) emergono documenti molto interessanti che confermano la natura relazionale di questo comportamento. Il partner infedele riferisce quasi sempre un vissuto di «liberazione»: l’ingresso di una terza persona nella vita di coppia non ha di per sé il potere di disintegrare un legame amoroso, ma permette piuttosto di portare alla luce tensioni e costrizioni di cui i partner spesso neppure erano consapevoli e che possono destabilizzare equilibri consolidati in anni di routine.

Abitudini e comportamenti giudicati «normali», cioè appropriati alle esigenze della coppia, vengono a un certo punto percepiti come fastidiosi, negativi o non più funzionali. Di qui l’esigenza di dar spazio a bisogni di tipo personale: ciò che è «tradimento» dal punto di vista di un partner, per l’altro diviene l’opportunità di scoprire ed esprimere aspetti di sé del tutto ignorati o trascurati nel rapporto di coppia e che diventano da quel momento in poi irrinunciabili.

Nel ribadire la natura relazionale del tradimento, è importante comprendere quanto esso rappresenti effettivamente la ricerca di un’alternativa a un rapporto insoddisfacente, oppure all’opposto una strategia per rinsaldare un legame che, pur vissuto in modo negativo, soddisfa emotivi bisogni disfunzionali profondi.

Le statistiche ci fanno sapere che in Italia in due casi su tre sono le donne a presentare la richiesta di separazione. Le donne sono probabilmente più sensibili a rapporti di coppia insoddisfacenti oppure sono le prime a accorgersi che il «noi» è una dimensione fittizia e minata da una soggettività che fuoriesce dal cerchio e agisce autonomamente, lasciando l’altra parte all’oscuro di intenzioni e comportamenti. Gli uomini presentano invece più frequentemente per primi la richiesta di divorzio, segnalando una maggiore propensione a interrompere definitivamente i legami passati.

 

 3 Per chi desidera approfondire il tema, oltre al volume citato di Turnaturi, si suggeriscono i seguenti testi: Pasini W. (2007), Amori infedeli. Psicologia del tradimento. Mondadori, Milano; Giommi R. (2006). Tradire. Segnali di confusione amorosa. Frassinelli, Milano. Si consiglia anche la lettura dei seguenti articoli: Rachman S (2010). Betrayal. A psychological analysis. Behavior Research and Therapy, 48, 304-311; Whisman M.A., Pittman Wagers T. (2005). Assessing relationship betrayals. J. Clinical Psychology, 61: 1383-1391.

 


 

La ferita del legame

Il «noi» racchiude l’impegno a un comune progetto di vita, con la richiesta di separazione viene spezzato quel cerchio al cui interno la coppia ha inscritto ambizioni, desideri, visioni condivise del mondo, affetti da proteggere. Nella storia sopra riportata, la protagonista femminile – Serena - reagisce con sgomento e rabbia alla scoperta di una verità che incrina profondamente e destabilizza gli equilibri familiari. La ricerca di possibili vie di uscita passa pressoché inevitabilmente attraverso il conflitto.

Le relazioni coinvolgono aspetti profondi delle persone: la scoperta del tradimento, in qualsiasi forma si realizzi, implica un’emotività intensa che può essere più o meno espressa o contenuta. È la presa d’atto di un’aggressione al nucleo profondo del Sé che nella relazione ha investito anni di vita, energie, programmi. È la consapevolezza che la persona cui si è affidata una parte significativa del Sé (l’intimità fisica e affettiva, la condivisione di valori e progetti) non ha adeguatamente corrisposto all’investimento emotivo, prima che economico e familiare.

 

Consideriamo un secondo esempio:

|| Storia di Lucia e Riccardo

Lucia e Riccardo provengono da una popolosa città del Sud, si conoscono giovanissimi e con il pieno consenso delle famiglie si sposano quando lei ha 19 anni e lui 20. Lei proviene da una famiglia molto numerosa (ha 8 tra fratelli e sorelle), ha frequentato le scuole professionali e svolge lavori saltuari, mentre Riccardo è tecnico informatico e lavora con successo in una grande azienda.

L’opportunità di far carriera spinge Riccardo a trasferirsi in una diversa sede di lavoro e Lucia lo accompagna con gioia e curiosità. Nell’arco di alcuni anni, nascono due figli, la coppia si è felicemente stabilita nella città dove Riccardo lavora e coltiva relazioni amicali positive e soddisfacenti. La situazione economica è soddisfacente. La cura dei bambini è affidata principalmente a Lucia, che non ha un’attività lavorativa fuori di casa, Riccardo è disponibile e collaborativo. Le famiglie di origine visitano periodicamente i coniugi ed i nipoti e non sono riferiti contrasti particolari. L’evento critico che scompagina gli equilibri familiari si verifica quando, a dieci anni dal matrimonio, nel corso di un controllo di routine, a Lucia viene diagnosticata un’infezione alle vie genitali, a trasmissione sessuale. Lucia allarmatissima per la propria salute accusa il marito di averla tradita durante le frequenti trasferte di lavoro, mentre Riccardo protesta la sua fedeltà e respinge sdegnato i sospetti della moglie. I rapporti fra i due si deteriorano gravemente, l’intervento delle famiglie di origine non produce l’effetto sperato di pacificazione. Lucia inizia a manifestare una profonda insofferenza nei confronti del marito, con cui dichiara di non essere mai stata realmente felice, afferma di essere sempre stata trascurata e abbandonata con i figli, di essersi dovuta accontentare di un ruolo marginale e di aver dovuto sacrificarsi mentre il marito poteva viaggiare e “divertirsi”. Il marito continua a affermare la propria “innocenza” e racconta di essere sempre stato molto innamorato di lei. Inizialmente cerca di minimizzare le accuse e le lamentele della moglie, attribuendole a uno stato di stanchezza e preoccupazione per la salute, richiede poi il sostegno di amici e familiari per “far ragionare” Lucia, ma con il passare dei mesi si sente sfiduciato. Riccardo è molto addolorato dal rifiuto (per lui immotivato) di Lucia, teme soprattutto di doversi allontanare dai figli ai quali si sente molto legato. A distanza di un anno, Lucia chiede la separazione e l’affidamento dei figli.||

 

In questa storia, la protagonista femminile non solo si sente tradita ma anche danneggiata fisicamente dall’infedeltà del marito, il quale dal canto suo si proclama innocente. Lucia reagisce con sgomento e rabbia al sospetto che il marito abbia manipolato la sua buona fede e che la tranquilla vita familiare sia in realtà una messinscena. In termini relazionali, il cerchio del «noi» si spezza nel momento in cui irrompe nella consapevolezza di Lucia l’ipotesi che l’uomo tenero e affettuoso che ha vicino possa arrecarle del danno morale e fisico attraverso il tradimento amoroso.

Riflettendo su questa vicenda, ci sembra importante affrontare due piani nell’analisi della crisi coniugale. Da una parte, la verifica della fondatezza o meno delle accuse di Lucia nei confronti di Riccardo ha un peso nel valutare se è in atto o meno, ed a quale livello è in atto, un’operazione di ridefinizione da parte della moglie. Dall’altra, è essenziale riconoscere che Lucia esprime una più antica e dolorosa esperienza del “noi spezzato” che trova nel “presunto” tradimento di Riccardo una giustificazione per potersi manifestare.

La vita quotidiana è costellata da episodi in cui subiamo comportamenti irrispettosi o finanche aggressivi, ma difficilmente le reazioni di turbamento o collera perdurano più di qualche ora.

Pensiamo a quante volte qualcuno si intrufola nella fila del supermercato, ci sottrae il parcheggio, ci accusa di aver eseguito un compito in modo inaccurato. Ci sono pochi dubbi sul fatto che sono le

relazioni intime che producono gli effetti più profondi nelle nostre vite, nel bene come nel male (Morineau, 2003). La sofferenza legata alle relazioni affettive con le figure a noi più vicine è di gran lunga più intensa e duratura e produce un impatto devastante. L’effetto è di una destabilizzazione psicologica: laddove eravamo certi di trovare sostegno e protezione, scopriamo inganno e mistificazione. È uno scacco al nucleo profondo del Sé, al senso di competenza e padronanza della nostra vita, alla certezza nella bontà del nostro giudizio. È scoprire di aver affidato la nostra parte più preziosa e autentica a una persona che l’ha ceduta («tradita», nel senso etimologico) trascinando via un progetto di vita condiviso.

Quali effetti psicologici produce questa consapevolezza? La risposta razionale è che è lecito, umano, sbagliare, che abbiamo commesso un errore di valutazione. Spesso questo è ciò che avviene a distanza di anni, quando la maturità di giudizio, affinata dalle esperienze e temprata dalle delusioni, ci induce a constatare che né noi, né la controparte potevamo fare diversamente. In realtà, dal momento che il tradimento investe la parte più profonda del Sé, questo atteggiamento di serena accettazione non è immediatamente accessibile: la ferita del «noi spezzato» attiva un bisogno di riparazione molto più pervasivo. La reazione comune è che non abbiamo sbagliato noi, che invece siamo stati deliberatamente ingannati da un essere malevole, che ha agito intenzionalmente per procurarci danno e da cui dobbiamo difendere noi stessi e le persone più care.

Il lavoro con coppie in fase di separazione o già divise mostra quale ricchezza di sfumature e complessità di forme il conflitto può assumere e quanto tempo possa perdurare. La posta in gioco infatti non riguarda soltanto l’acquisizione di vantaggi, ma soprattutto il riconoscimento di un «diritto negato», la legittimazione della propria sofferenza rispetto a un legame che si è dimostrato insoddisfacente e/o inadeguato e che ha deluso le aspettative e le promesse. La colpevolizzazione del partner, a prescindere da elementi oggettivi a sostegno, è l’invocazione alla «Giustizia» – intesa come entità superiore e universale – di un risarcimento proporzionato non tanto a una «colpa» o mancanza oggettiva, bensì al dolore provocato da questa colpa. Non ci si sorprende dunque del fatto che tanto più intenso è stato il coinvolgimento emotivo della relazione, tanto più forte sarà il vissuto di delusione, dolore e rabbia e pertanto il bisogno di rivalsa e riparazione.

L'ANALISI TRANSAZIONALE

L’analisi transazionale è uno degli esempi più fortunati di applicazioni di principi teorici a situazioni pratiche di tutti i giorni. In modo particolare, si rivela utile per tutti coloro che    desiderano migliorare le proprie attitudini nelle relazioni con gli altri, con i fornitori, con i clienti, con i dipendenti e con i capi.

 

Di fatto, l’AT permette di:

 

-          capire meglio se stessi e gli altri

-          sviluppare il senso di responsabilità

-          essere più autonomi, con più iniziativa e spirito decisionale

-          riconoscere il proprio valore personale

-          affermarvi di fronte alle difficoltà

 

L’AT si occupa dei problemi di lavoro quotidiani fornendo un insieme di strumenti indipendenti da utilizzare progressivamente che permettono di meglio adattare i mezzi agli obiettivi stabiliti.

 

Il primo strumento – Modello degli Stati dell’Io – serve soprattutto a trattare i problemi personali (o intrapersonali), ovvero disappunti e delusioni, difficoltà ad applicare le proprie teorie, ipocrisie, mancanza di motivazione ed energia.

 

Il secondo strumento – Posizioni Esistenziali – aiuta ad evitare prese di posizione affrettate ed inadeguate, e permette di sviluppare le condizioni per una comunicazione e negoziazione efficace.

 

Il terzo strumento – Analisi delle Transazioni – serve a risolvere i conflitti interpersonali,  a migliorare le comunicazioni quotidiane di lavoro, e a sviluppare trattative attraverso l’analisi dei codici di comportamento e dei messaggi nascosti.

 

Il quarto strumento – Giochi Psicologici – aiuta ad evitare comunicazioni particolarmente dannose sia per l’individuo che per l’impresa; ad organizzare il proprio tempo (se di interesse vedi gestione del tempo), quello del proprio ufficio o della propria impresa; a sviluppare una vita in comune fatta di contatti interessanti e vantaggiosi.

 

Il quinto strumento – Copioni di Vita – aiuta gli individui a scoprire e analizzare le loro decisioni e reazioni antiche al fine di confermarle, di trasformarle o di cambiarle secondo le nuove caratteristiche del contesto socio – professionale attuale; a sviluppare comportamenti realistici in funzione degli obiettivi fissati per una buona riuscita personale e dell’organizzazione.

 

 

MODELLO DEGLI STATI DELL’IO

 

Come può una persona, osservata per un certo periodo di tempo, mostrare comportamenti completamente contraddittori?

 

Immaginiamo ad esempio un Capo Ufficio che nella stessa giornata sia percepito dal suo Direttore come efficace e servizievole, da diversi suoi collaboratori piuttosto impaziente ed autoritario, mentre la sua segretaria lo avrà sentito piuttosto stanco e scoraggiato.

 

Effettivamente, noi cambiamo talvolta di comportamento, di espressione, di tono, con una con una rapidità tale che un osservatore non informato potrebbe chiedersi se si tratti della stessa persona.

 

Il concetto di Stato dell’Io consente di dare una spiegazione a questa capacità umana di cambiare volto o personalità con una tale facilità.

 

Uno Stato dell’Io è definito come un insieme coerente di pensieri, sentimenti e stati d’animo.

 

 

 

Gli Stati dell’Io, o strutture della personalità, si suddividono in:

 

-          Stato dell’Io GENITORE:

ossia quella parte della nostra personalità che comanda, regola, ordina, consiglia, conforta, aiuta; sede dei nostri valori e delle nostre norme che si è formata attraverso l’assimilazione di modelli comportamentali esterni (genitori e figure significative del nostro passato). Si tratta di nozioni comportamentali non esaminate razionalmente, ma accettate come dogma. In una parola, questo complesso di “registrazioni” forma le OPINIONI dell’individuo.

 

Espressioni Verbali indicative dell’IO GENITORE:

 

         Generalizzazioni non verificabili (pregiudizi): ogni, tutti, nessuno, sempre, mai; impossibile

         Dovere

         Vero, falso, bene, male, giusto, ingiusto, vietato e lecito

         Imperativi impersonali: si veda, si proceda, ecc.

         Uso del “TU” nei confronti di persone ritenute socialmente inferiori

         Automatismi interdettivi: no?, vero?, etc.

         Rimproveri mascherati da richieste di informazioni

         Divieti rafforzati: entro e non oltre! Inderogabilmente

 

-          Stato dell’Io ADULTO:

vale a dire l’espressione della nostra PARTE LOGICA E RAZIONALE, adeguata alla realtà del momento. Rappresenta il fondamento logico e razionale di un individuo ed è il terreno proprio dell’intelligenza e del ragionamento. È infatti orientato verso la realtà oggettiva, raccoglie le informazioni e le classifica.

 

Espressioni Verbali indicative dell’IO ADULTO:

 

         corretto, come, cosa, utile, perché, quanto à criteri di valutazione e non giudizi di valore!

 

 

-          Stato dell’Io BAMBINO:

e cioè la sede dei nostri bisogni, atteggiamenti, comportamenti propri della nostra infanzia. Naturalmente la sfera del Bambino contiene sia l’aspetto puramente emotivo e quindi irrazionale, sia l’aspetto creativo, l’immaginazione, la curiosità. In una parola, il Bambino che è in ciascuno di noi rappresenta le EMOZIONI (vedi anche emozioni positive e gestione delle emozioni).

 

Espressioni Verbali tipiche dell’IO BAMBINO:

 

         Forme improprie di cortesia

         Forme interrogative indirette celanti il timore del rifiuto: - Scusa, non vorrei interromperti ma...”, - Potresti per cortesia prestarmi..-

         I verbi più usati: sentire il bisogno, volere, provare piacere/dispiacere,

         Esclamazioni enfatizzate di gioia, rabbia, dolore, paura, tristezza

         Battute, giochi di parole, diminutivi e vezzeggiativi

 

Per essere efficiente, un individuo deve mantenere i suoi Stati dell’Io vitali, distinti l’uno dall’altro, ma dialoganti tra loro.

 

-          Vitali, ovvero attivandoli tutti e tre, pena l’Esclusione:

 

o       solo Genitore à il moralizzatore che non ascolta

o       solo Adulto à il freddo tecnocrate senza leggi

o       solo Bambino à l’impulsivo o il dipendente troppo sottomesso

 

-          Distinti l’uno dall’altro, ovvero mai contemporaneamente, pena la Contaminazione.

 

-          Dialoganti tra loro, ovvero permeabili, pena l’Impermeabilità.

POSIZIONI ESISTENZIALI

 

Le posizioni esistenziali rappresentano gli atteggiamenti fondamentali che una persona assume in base al valore essenziale che percepisce in sé e negli altri. Tali atteggiamenti, conseguentemente, influenzano i nostri comportamenti.

 

Le posizioni esistenziali nell’età adulta dipendono, in buona parte, dalle posizioni prese nella prima infanzia, chiamate POSIZIONI DI BASE. Ogni individuo sceglie, organizza e manipola le persone che lo circondano in modo che rinforzino l’opinione “di base”.

 

L’analisi di questo secondo strumento permette di comprendere ed interpretare le conseguenze, positive o negative, di ognuna di esse nel processo comunicativo e nel processo di negoziazione o di vendita.

 

Le posizioni esistenziali possibili sono essenzialmente quattro:

 

1)     IO SONO OK, TU SEI OK

 

Questa è la soluzione più costruttiva: in questa posizione si prende coscienza delle proprie responsabilità; si agisce in modo realistico e costruttivo; si ha fiducia nelle proprie capacità; si tende alla realizzazione del proprio potenziale ; si provano sentimenti di amicizia, di unità, di forza e di accordo con se stesso e con gli altri.

 

 

2)     IO SONO OK, TU NON SEI OK

 

È la soluzione dell’espansione e della dominazione. Ci si identifica in ciò che è grande e glorioso. Si cerca l’originalità, la perfezione e/o la rivincita. Si manca di considerazione per gli altri. Si interpreta l’atteggiamento verso la vita in termini di potere.

 

 

 

 

3)     IO NON SONO OK, TU SEI OK

 

È una soluzione di modestia e di compiacenza. In questo caso si cerca soprattutto di essere amati dagli altri. Ci si sottomette agli altri e si dipende da loro. Ci si sente colpevoli, inferiori, depressi.

 

4)     IO NON SONO OK, TU NON SEI OK

 

È la soluzione della rassegnazione e della depressione. Ci si mette in posizione di spettatore di se stesso e della vita. Ci si isola e si rimandano i propri impegni.

 

Il fattore di crescita di un individuo è costituito, tra l’altro, dal potenziamento dello STATO DELL’IO ADULTO e della posizione esistenziale io sono ok, tu sei ok.

 

 

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La comunicazione efficace

La comunicazione è uno dei termini oggi più usati e, talvolta, abusati. In generale, essa indica quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad altri informazioni, ma anche emozioni e sentimenti. Comunicare, infatti, non significa semplicemente informare, ma anche e soprattutto "entrare in relazione" con soggetti esterni a noi.

La parola è un dono che solo l’uomo possiede, ma anche gli animali possono comunicare e possiamo affermare che, per ogni essere vivente, non comunicare è praticamente impossibile.
Per quanto riguarda la comunicazione umana, un classico saggio del professor Albert Mehrabian ha dimostrato che solo il 7% del significato viene veicolato dalle parole pronunciate, mentre il 38% di esso viene comunicato attraverso la tonalità in cui vengono espresse e il restante 55% non ha nulla a che vedere con le parole, bensì con la fisiologia. Il silenzio, uno sguardo, la postura, le smorfie del volto o il modo di respirare, l’abbigliamento o il profumo usato sono aspetti che "parlano" per noi e manifestano il nostro modo d’essere, l’universo dei nostri stati d’animo, ancor più delle nostre parole.

Il filosofo russo Gurdjieff sosteneva che "noi diventiamo le parole che ascoltiamo". In effetti, le cose stanno proprio così: le parole che ascoltiamo o che pronunciamo lasciano una traccia in noi. Tutte le parole, e in particolare quelle sbagliate, ci condizionano, seminando scorie, generando atteggiamenti distorti e "storpiature" che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente. Una volta pronunciate, infatti, le parole vanno ad agire almeno su due cervelli: quello di chi parla e quello di chi ascolta. In entrambi, esse diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio (Morelli, 2005).

Dal timpano, i suoni che udiamo procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico, dove stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione.

A livello centrale, invece, vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasformano in impulsi chimico-fisici e viceversa (Morelli, 2005).

Ecco perché quando una parola entra in noi (può essere una parola da noi pronunciata, o anche solo sentita, oppure una parola che ci viene detta) ha come conseguenza quella di modificare contemporaneamente le aree cerebrali e lo stato di alcuni visceri, con conseguenze sia a livello psichico che somatico. Ecco perché le parole che utilizziamo hanno il potere di farci star bene o di creare disagio, di influenzare le nostre relazioni, la fiducia in noi stessi, le possibilità di raggiungere i nostri obiettivi e di realizzare i nostri progetti. Sostiene Morelli (2005) che il nostro cervello è un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui (se sono nostre questo discorso vale anche per le parole solo pensate) cadono come tanti semi. Ascoltando se stessi e gli altri, si diventa il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo. Ogni forma di comunicazione incide dunque nella nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare la nostra mentalità e lasciando una traccia fisica nel nostro corpo. Gurdjeff aveva intuito giustamente: noi diventiamo per davvero le parole che ascoltiamo ma, ancor di più, quelle che pensiamo o pronunciamo e che continuiamo a pronunciare.

Che fare, allora? È importante diventare consapevoli della nostra comunicazione, degli effetti che essa ha su di noi, sui nostri interlocutori e sulle nostre relazioni per trasformarla in comunicazione efficace. Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, in noi stessi e negli altri, aiutandoci a ridurre lo stress, gli errori e le incomprensioni, è indispensabile acquisire consapevolezza di che cosa diciamo, di come parliamo, degli stati emozionali nostri e di coloro con cui stiamo interagendo, sia di persona che al telefono o attraverso una comunicazione scritta.

La consapevolezza è alla base dell’empatia: quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano entra in gioco in continuazione, sia in ambito privato (nelle relazioni sentimentali, con i figli o con gli amici) che in ambito professionale (si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o di un dirigente).

Un fattore determinante affinché le relazioni interpersonali siano efficaci è l’abilità con la quale un individuo riesce ad entrare in sincronia emotiva con gli altri, che consiste nel rispecchiare a livello corporeo, in modo inconscio e impercettibile ad occhio nudo, gli stati d’animo dell’interlocutore.

Afferma Goleman che quando due persone interagiscono, lo stato d’animo viene trasferito dall’individuo che esprime i sentimenti in modo più efficace a quello più passivo.

Gli individui incapaci di ricevere e trasmettere emozioni sono destinati a relazioni interpersonali problematiche, dal momento che spesso gli altri si sentono a disagio con loro, pur non riuscendone a spiegare il motivo (Goleman, 1999).

Quelli che invece sanno entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riescono facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora, dal punto di vista emozionale, godranno di relazioni interpersonali più armoniose. La caratteristica che contraddistingue un leader carismatico o un bravo executive sta proprio nella capacità di trascinare a sé gli interlocutori in questo modo.

La sintonia emotiva funziona nel modo migliore quando nasce al di fuori della sfera cosciente e quando sorge spontaneamente. Tuttavia, si tratta di un’abilità che si può apprendere e che può contribuire a migliorare enormemente la nostra capacità di comunicare con gli altri.

 

Bibliografia di riferimento

Goleman, D. (1999) Intelligenza emotiva, Bur, Milano.

James, T., Shephard D. (2001) Presenting Magically, Crown House, Wales.

Morelli, R., (2005) Dizionario della felicità, Riza, Milano.

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Stress-Benessere Azienda

Lo stress è considerato oggi uno dei problemi sociali più gravi, cui va data una adeguata risposta sia a livello di cura che di prevenzione. Studi sperimentali hanno dimostrato il collegamento stretto tra condizioni alterate di stress e livelli biologici profondi, che giocano un ruolo importante in diverse malattie. Lo stress è inoltre causa diretta di patologie: ansia, attacchi di panico, insonnia, difficoltà di concentrazione e di decisione, pensieri ripetitivi, irritabilità. Sul piano lavorativo, sono ben noti i costi del burnout, effetto diretto di una situazione di stress prolungato.

Le variabili che caratterizzano il passaggio dallo stress "adattivo" a quello cronico e fonte di disagio sono tanto complesse da richiedere un approccio multidimensionale sia per l'intervento - preventivo o terapeutico - che per l'assessment.

Riguardo a quest'ultimo aspetto, le misure di stress in uso sono prevalentemente di tipo indiretto: cioè tengono conto o degli eventi stressanti o dei sintomi conseguenti allo stato di stress.

Obiettivo di questo volume è presentare una modalità multidimensionale di "misurazione" dello stress che utilizzi sia il questionario self-report (la traduzione e adattamento italiano del test Mesure du Stress Psychologique di Tessier e collaboratori, dell'Università Laval del Quebec), sia una serie di griglie di osservazione per la rilevazione dall'esterno di vari aspetti, fra i quali la respirazione, la postura, il movimento, il tono della voce.

La precisa collocazione del soggetto all'interno di una scala stress-benessere consente di valutare - anche quantitativamente - l'efficacia del trattamento praticato, quale che sia l'ottica teorica a fondamento del trattamento stesso; ma la metodologia presentata, rendendo possibile una rilevazione diretta dello stato dell'organismo anche prima che si arrivi a conseguenze di malattia conclamata, è utile per il lavoro preventivo mirante a ridurre i processi di cronicizzazione dello stress e le loro conseguenze in termini di perdita di benessere personale e sociale.

 

Il progetto Stress-Benessere Aziende si colloca nel recente filone di studi che prende in considerazione in modo innovativo la complessità del mondo del lavoro, il funzionamento di fondo dei soggetti e delle Aziende. E si colloca, anche, nel filone delle più recenti ricerche che si occupano di incrementare le potenzialità sia delle Aziende che degli individui: intervenendo sui meccanismi oggi sempre più diffusi dello Stress (e del conseguente disagio cognitivo, emotivo, psicofisiologico), e recuperando in pieno le risorse umane (su cui l’Azienda fonda le sue possibilità) a vari livelli.

Oggi è possibile affrontare in modo nuovo e virtuoso il tema del Benessere e dello Stress, così centrale per le Organizzazioni e per la Società in generale, poiché nuove conoscenze scientifiche ne hanno messo in luce i meccanismi profondi, le basi su cui si sviluppa e si cronicizza lo Stress divenendo negativo (di-stress) e gli effetti nocivi che questo ha sulla salute e sui funzionamenti più in particolare di chi lavora e dell’Azienda stessa. La visione integrata della psicologia Funzionale La psicologia integrata Funzionale studia da oltre 15 anni questi processi, attraverso una visione integrata e non frammentata, identificando tutte le componenti psicologiche, neurologiche, endocrine, sensoriali-percettive, fisiologiche di questo fenomeno complesso, e le modalità della loro interazione. Solo così si è potuti arrivare ad una comprensione piena del fenomeno, dei meccanismi di base dello Stress: per cui oggi è possibile finalmente fare valutazioni e misurazioni oggettive e precise dello stato di Stress cronico nei soggetti. E attraverso questa visione e a seguito di una valutazione integrata delle varie componenti dello Stress è possibile anche progettare interventi 

 

precisi e mirati sulle radici profonde del disagio. L’Organismo Azienda Il Pensiero Funzionale si caratterizza per la sua capacità di guardare all’interezza e alla multidimensionalità dell’essere umano, con una visione olistica, scientificamente fondata e al contempo fortemente e precisamente operativa. Applicato al mondo del lavoro, si apre la possibilità di ipotizzare che anche l'Azienda, così come un essere umano, possa essere considerata come un vero e proprio organismo vivente, con i suoi meccanismi complessi, con le sue leggi di funzionamento, con la sua vitalità, con la sua capacità di Benessere profondo. L'Azienda non è, dunque, solo strutture, cicli di produzione, prodotti, macchinari; bisogna imparare a vederla anche come un crocevia di emozioni e di sensazioni; uno stratificarsi di vissuti e di vicende, di entusiasmi e di delusioni, di crescita, di creatività, di movimenti. Possiamo pensare all'Azienda come un organismo vivente, possiamo guardarla come un insieme di Funzioni vitali  e di Capacità vitali che la caratterizzano su differenti piani e livelli. Oggi anche l'organismo-Azienda può essere, dunque, valutato in una visione multidimensionale, e nei suoi funzionamenti di fondo, le uniche modalità che assicurino una possibilità di lettura e d'intervento rispondenti alle moderne leggi della complessità, alfine di individuare realmente ciò che può essere ulteriormente migliorato. È possibile, quindi, oggi valutare anche se ci siano condizioni alterate di modalità di lavoro, di organizzazione del lavoro, che possono tendere a produrre Stress. Il pensiero Funzionale applicato all’organismo-Azienda, infine, sviluppa in pieno il concetto nuovo di Benessere: un concetto che può finalmente racchiudere l'interezza del funzionamento, la completezza dello sviluppo. Una concezione in cui il Benessere dell’Azienda non si contrappone al Benessere di chi vi lavora, ma anzi entrambi si rinforzano reciprocamente. Oggi è acclarato che il successo di un'impresa dipende dalla sua capacità di rispondere rapidamente ed efficacemente alle richieste mutevoli del mercato; ed è perciò importante per un’Azienda poter recuperare capacità di Benessere ed efficacia, anche in presenza di una società in rapido sviluppo e con esigenze sempre crescenti, perché la velocità dei processi e la quantità di stimoli provenienti dall’interno dell’organizzazione e dal contesto di riferimento, possono incidere sui delicati equilibri psico-fisici delle persone, generando reazioni negative e sfociando in condizioni di stress cronico altamente improduttive. Occorre, quindi, arrivare pienamente ad una positiva attivazione di tutte le risorse dell’Azienda diretta al conseguimento di obiettivi realistici e concordati, per allontanare ed eliminare il rischio di un graduale esaurimento delle energie, foriero di successivi disagi a tutti i livelli del sistema (micro e macro).

Benessere dell’Azienda, Benessere individuale, Benessere sociale Oggi, con una visione scientifica complessiva (sviluppata in particolare dal Funzionalismo moderno), possiamo prendere in considerazione i funzionamenti di fondo del Mondo del Lavoro e di chi opera nel Mondo del Lavoro, analizzandone, come abbiamo visto, anche i meccanismi dello Stress e del Benessere. Ciò consente interventi mirati, e quindi più efficaci, e per ciò più idonei a restituire Benessere, a costruire livelli qualitativamente più significativi, a produrre successo: innanzitutto al Mondo del Lavoro, e poi, come riflesso importante, anche alla famiglia e al sociale. La presenza di Benessere nell’Azienda e nel Mondo del Lavoro è una qualità che si comunica a tutti i suoi settori, a tutte le sue componenti, a tutti coloro che vi operano a qualsivoglia livello. Il benessere dell’Azienda non è contrapposto al Benessere del suo Personale; anzi, l’uno potenzia l’altro. Il Benessere sul lavoro è un bene comune che produce ulteriore Benessere: a vari livelli nella Società. L’aumento di efficienza e il miglioramento della salute e sicurezza dei lavoratori avrà come indubbie conseguenze  (art. 1 Accordo interconfederale 9 giugno 2008). L'apporto delle nuove conoscenze scientifiche è il tessuto che rende possibile realizzare questo passaggio a nuovi obiettivi e nuove fasi più positive del mondo del lavoro.

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